Nel 2019 è tornato in Italia da New York e si è stabilito a Milano, per lavorare in una multinazionale delle telecomunicazioni. Pochi mesi dopo però è arrivata la pandemia: Roberto Ceravolo, giovane ingegnere calabrese, ha deciso di tornare a casa, a Pizzo Calabro (paesino in provincia di Vibo Valentia), continuando a lavorare da là. Dove pian piano ha ricominciato ad apprezzare la vicinanza con il mare, i tramonti, la possibilità di avere i vecchi amici e la famiglia a portata di mano. Ci risponde da Pizzo Calabro anche oggi, dopo «una bellissima Pasquetta piena di sole».

Anche a pandemia archiviata lei riesce a lavorare per la maggior parte del tempo dalla sua Calabria?

«La mia azienda è passata da uno schema 80%/20% del lavoro agile e in presenza a uno 60%40%, ma con molta flessibilità. Chi vuole distribuisce i giorni di smart working durante la settimana. Altri, come me, vanno a Milano una volta al mese».

Nessun “pentimento”?

«Una delle ultime volte in cui sono stato a Milano, e dovevo spostarmi in un altro ufficio a Varese, ho passato due ore imbottigliato nel traffico. Non ha senso pensare di eliminare lo smart working. Ormai poi i gruppi di lavoro sono così tanto sparsi nel territorio che si rischia di fare le riunioni su Teams anche se si sta fianco a fianco nello stesso ufficio».

Lavorare così tanto da remoto non ha rallentato o bloccato la sua carriera in questi cinque anni?

«No, anzi sono stato promosso due volte. Adesso sono un senior manager, faccio parte del board: le persone del mio team lavorano su tutto il territorio nazionale. Ci vediamo una volta al mese, è anche bello, magari andiamo insieme a cena la sera. Dal vivo certo è più facile scambiarsi un abbraccio, un sorriso, affrontare un’incazzatura. Ma per il resto lavoriamo in autonomia, a noi va bene così».

Però non tutte le aziende sono così flessibili.

«C’è stata molta pressione da parte delle forze politiche di matrice nordistica al “ritorno” in ufficio, magari per favorire chi aveva investito in immobili, o in attività commerciali o di ristorazione nei centri storici delle grandi città. Ma la verità è che più le aziende sono flessibili e più arrivano i risultati. Senza contare che i Millennials e soprattutto la Gen Z, sono disposti anche a guadagnare un po’ di meno pur di lavorare da remoto».

E in futuro come si vede?

«Nella mia adorata Pizzo in primavera e in estate, e per il resto in città, a Milano, o anche a Roma, dove vive la mia ragazza. Il costo è alto, ma è bello poter sempre vivere e lavorare dove si sta meglio».

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