Originale e copia. Duplicazione che è essa stessa opera originale per l’artista e come tale viene presentata, sovvertendo le regole del mercato e della tradizione. Un tema quanto mai attuale in un’era digitale, con i dibattiti sul valore economico e artistico dei meme, degli Nft, delle riproduzione 3D, ma certo argomento non nuovo; anzi, ben presente dai tempi delle avanguardie del secolo scorso e centrale nel lavoro di Marcel Duchamp. “Un duplicato o una ripetizione meccanica ha lo stesso valore dell’originale”, diceva. All’artista francese (1887-1968), tra i più influenti ed innovativi del secolo scorso, ai suoi molteplici approcci adottati “per duplicare le proprie opere senza soccombere alla copia pura e semplice”, è dedicata una mostra alla Collezione Peggy Guggenheim, a Venezia, dal 14 ottobre al 18 marzo, curata da Paul B. Franklin (catalogo Marsilio Arte). 

“Marcel Duchamp e la seduzione della copia” presenta una sessantina di lavori realizzati tra il 1911 e il 1968 che attraverso una serie di sezioni – come Origini, originali e somiglianze di famiglia; la magia del facsimile; copie autentiche; clonare il sé, vestire l’altro; ripetizione ipnotica – illustrano la complessità di un agire artistico “sovversivo” per l’epoca. Una modalità di porsi, con l’artista che a 31 anni annuncia la volontà di non dipingere più e prosegue per 50 anni con attività creative non sempre rientranti nella concezione dominante di vera arte, che di fatto ribalta i canoni dell’arte e del mercato governati dalla realizzazione dell’opera unica che si eleva ad altro rispetto alla riproduzione tecnica. L’esposizione presenta lavori iconici acquisiti da Peggy, quali Nudo (schizzo), Giovane triste in treno (1911-12) e da o di Marcel Duchamp o Rrose Selavy (Scatola in valigia) (1935-1941), accanto ad altre opere fondamentali, quali Il re e la regina circondati da nudi veloci (1912) del Philadelphia Museum of Art, e lavori meno noti appartenenti al lascito dell’artista e collezioni private. Circa una trentina, quelle del collezionista veneziano Attilio Codognato. La mostra è la prima personale che il museo dedica a Duchamp e ha quasi il significato ideale di un “ritorno in famiglia”.

L’artista aveva conosciuto Peggy nel 1923, cento anni fa, ma è dal 1937 che diviene un suo fidato consigliere prima per l’apertura della galleria a Londra, la Guggenheim Jeune, e poi per dare corpo alla collezione. “Avevo veramente bisogno di aiuto. – scrive la mecenate ripensando a quell’anno – Mi venne in soccorso un vecchio amico, Marcel Duchamp…Devo ringraziarlo per avermi introdotto nel mondo dell’arte moderna”. Del 1941 l’acquisto del primo esemplare dell’edizione deluxe di Scatola in una valigia. In quell’opera c’era tutto il prima e il dopo. C’era quel filo sottile che lega ogni espressione, ogni scritto, ogni lavoro dell’artista. D’altronde è lo stesso Duchamp a scrivere: “Tutto quello che ho fatto di importante potrebbe stare in una valigia”. Un lavoro in serie, perfetta sintesi del rapporto originale-copia in chiave estestica. Il percorso espositivo, accompagnato dalla voci di interviste alla collezionista e all’artista, è chiuso da una sezione dedicata allo studio e restauro in due fasi dell’opera da parte del dipartimento di conservazione della Collezione Peggy Guggenheim e dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

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