Qualcosa si è lentamente incrinato con l’allenatore dopo che Jacobs è diventato un personaggio investito da ruoli nuovi. Ora a 10 mesi da Parigi lo sprinter guarda ad Airale. L’alternativa è emigrare negli Usa

dal nostro inviato Andrea Buongiovanni

La separazione da Paolo Camossi, per chi segue da vicino Marcell Jacobs, non è un fulmine a ciel sereno. Allo stesso modo è facile intuire quanto per entrambi sia molto sofferta. Tra i due c’era, c’è e probabilmente sempre ci sarà un rapporto, anche personale, che va oltre quello atleta-allenatore. Paolo, nel settembre 2015, ha accolto Marcell a Gorizia, nella sua squadra di saltatori in lungo, quando il 20enne ragazzo, pur talento sopraffino, era uno del gruppo. Lo ha preso per mano, lo ha condotto oltre lo sport, gli ha fatto da fratello maggiore, quasi rimpiazzando quel padre che, di fatto, mai ha avuto. Per lui ha preso decisioni radicali, come quella dell’autunno 2018, di trasferirsi a Roma. Fino a portarlo al titolo olimpico dei 100, il massimo, e a fargli, un anno fa, da testimone di nozze.

Eppure qualcosa in quel rapporto si è lentamente incrinato. Toccato il diapason col doppio oro di Tokyo, il personaggio Jacobs è stato investito da ruoli nuovi. Difficili da interpretare. Inevitabilmente, intorno a lui, si sono scatenati interessi, anche economici, di ogni genere e sono comparse nuove figure. Alcune ancora nello staff, altre scomparse. Il coach, abituato ad assumersi responsabilità a 360°, è stato via via confinato a un ruolo di campo. Si aggiungano le difficoltà di due stagioni rese complicate dagli infortuni, con in particolare la seconda, quella appena conclusa, avara di risultati al di là dell’argento sui 60 agli Euroindoor e quello iridato con la 4×100. Camossi, rispetto al passato, è parso via via più “isolato”. Fino alla trasferta di inizio mese a Xiamen, in Cina. Là, complice il lungo viaggio e la frustrazione di un altro risultato sotto le aspettative, certe tensioni sono emerse prepotenti. E la goccia ha fatto traboccare il vaso. Quando Marcell, il weekend dopo, ha gareggiato a Zagabria senza Paolo, il segnale è stato chiaro.

E adesso? Ai 100 dei Giochi di Parigi mancano poco più di 10 mesi. Solo Carl Lewis e Usain Bolt, nella storia a cinque cerchi, si sono confermati campioni della specialità. L’azzurro sarà chiamato, a prescindere, a un compito difficilissimo. Soprattutto partendo da una situazione tecnica da chiarire. Lascerà Roma. E non tornerà a Desenzano, là dove è cresciuto, il posto che più sente “casa” e dove ha lanciato il progetto dell’Academy che porta il suo nome. Non lontano, però, a Padova – la città delle sue Fiamme Oro – fa base Marco Airale, allenatore che segue diversi sprinter britannici top, da Reece Prescod a Daryll Neita. Marcell lì, oltre ad avere un gruppo col quale condividere certe sedute, avrebbe a disposizione strutture e assistenza della Polizia. Ci sono anche, sparpagliati per l’Italia, tanti tecnici individuali, pure quelli dei compagni di staffetta: ma nessuno farebbe al caso suo. Resta la possibilità di emigrare. Magari negli Stati Uniti, magari in Florida dove, divisi in “squadre” diverse, lavora la maggioranza dei più accreditati rivali. Sia quel che sia, non c’è tempo da perdere.

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