Una coppia dalla vita apparentemente perfetta entra in (piccola) crisi quando lei scopre una bugia bianca di lui che va a toccare il nervo scoperto dell’autostima. La recensione di A dire il vero di Federico Gironi.

In originale si intitola You Hurt My Feelings (che sarebbe tipo: “così mi ferisci”), da noi è diventato A dire il vero, che è un titolo diverso ma che funziona bene lo stesso, perché alla fine si gira sempre attorno alla stessa cosa: a quelle piccole, innocenti bugie che tutti noi, nella nostra vita, diciamo alle persone a cui vogliamo bene, perché urtare la loro suscettibilità, quando addirittura non la loro autostima, sarebbe inutile.
Si parla di quelle piccole ipocrisie che sono utili al vivere affettivo, e tutto sommato sociale in senso ampio, senza le quali forse staremmo tutti peggio. Oppure no?

Nel film scritto e diretto da Nicole Holofcener c’è una coppia, quella formata da Beth e Don (Julia Louis-Dreyfus e Tobias Menzies), scrittrice e insegnate lei, psicoterapeuta lui, che pare vivere una vita tutto sommato perfetta. Perfetta nella misura in cui può esserlo quella di chiunque, specialmente di due persone che stanno iniziando a invecchiare (non è dichiarato, ma i due sono attorno ai 50), e che comunque devono fare i conti con le insicurezze personali e professionali. Lei vede il suo nuovo libro respinto dalla sua agente, lui deve fare i conti con pazienti poco soddisfatti del suo operato, per dire.
Però la loro coppia è unita e funziona bene. Fino al momento in cui Beth sente Don rivelare a Mark, marito di sua sorella Sarah, che quel libro nuovo, che di fronte a Beth ha sempre sostenuto, per due lunghi anni di stesura, in realtà proprio non gli piace.
Apriti cielo.

La ferita che si apre in Beth non è solo narcisistica. È esistenziale. Come sono ferite non solo narcisistiche, ma esistenziali, quelle di Don che si vede troppo invecchiato allo specchio e distratto al lavoro; della sorella di Beth che è frustrata dalla sua attività di designer d’interni, e di suo marito attore, che non riesce a trovare una scrittura come si deve.
Certo, qualcuno dirà – e qualcuno ha detto – che si tratta di quelli che l’internet definisce i First World problem, ma di questo Holofcener è perfettamente cosciente, e rivendica la loro legittimità, al cinema come nella vita. “Il mondo cade a pezzi ma tu ti preoccupi di queste cose?”, chiede a un certo punto Don alla moglie, la quale risponde che, sì, è consapevole della contraddizione, ma che le cose stanno così.
Perché in fin dei conti – ed è questo, tra le altre cose, che fa funzionare il film della regista americana così bene – con questi piccoli, grandi dolori, che sono magari niente riguardo ai grandi problemi dell’umanità, ma sono i nostri, ci dobbiamo fare i conti tutti. E chi dice che non è vero, mente.

Non è solo di bugie bianche, e insoddisfazioni e crisi di mezza età, che parla A dire il vero. Parla anche di vecchiaia, di impegno professionale, di realizzazione personale. Parla di vita matrimoniale, di rapporti familiari, perfino di genitorialità.
E lo fa sempre con un tono che è in apparenza leggero e umoristico (ma mai esplicitamente comico) ma che sotto sotto è tagliente e doloroso, ancor di più vagamente dolente e un po’ malinconico.
Ai suoi personaggi Holofcener vuole bene, ma non per questo si risparmia dal mettere in scena tutte le loro contraddizioni, le debolezze, le vanità. E, nei salvifici, essenziali novantatre minuti del suo film, è anche capace di lasciarci di fronte a interrogativi, senza offrire soluzioni sempliciste e consolatorie.

Per questo film, nel corso della sua campagna promozionale, sono stati spesso evocati i nomi di Woody Allen (con cui Holofcener ha un trascorso professionale) e di Nora Ephron.
Ora, è chiaro che l’autrice non ha mai nemmeno per un istante la presunzione di confrontarsi con queste due divinità del cinema, maestri indiscussi di scrittura. Però, in questo suo film così parlato, così esteticamente fuori dal nostro tempo, che è una boccata d’ossigeno per chi rimpiange un cinema oramai lontano dalle mode e dagli schermi, così aperto, e così amaro, Holofcener dimostra di aver saputo apprendere lezioni importanti, da quei due.
Imparare: un’altra cosa che oggi va pochissimo di moda, e che in tanti dovrebbero ricominciare a fare.

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