Sport, thriller, spionaggio e politica si intrecciano in questo film diretto a quattro mani da Guy Nattiv e Zar Amir che racconta una storia di fantasia simile a tante realmente accadute. La recensione di Tatami di Federico Gironi.

Si comincia: musica hip hop iraniana, bianco e nero, scenari metropolitani. Sembrano quasi le atmosfere dell’Odio. Subito dopo però si entra in un palazzetto sportivo, dove si disputeranno le gare dei campionati mondiali di judo, quelli cui prende parte Leila, accompagnata dall’allenatrice Maryam e dallle compagne di squadra. Un attimo, e siamo già sul tatami assieme a lei. Ecco che allora il bianco e nero dello schermo sembra voler richiamare, e omaggiare, quello di un altro film, un ring al posto di un tatami, un pugile in cerca di gloria al posto di una judoka che sogna l’oro.
Tatami però non è né l’OdioToro Scatenato, pur avendo qualche punto di contatto, ideale o meno, col film di Kassovitz (del quale riprende una certa qual filosofia dello schianto, e certe geometrie della tensione) e con quello di Scorsese (del quale ha l’usare lo sport come veicolo per parlare di altro). Semmai, Tatami è un film che ricorda, con modalità personali, i tanti film che, in un’epoca che pare lontanissima, ci hanno raccontato dei tentativi di tanti sportivi, o musicisti, o intellettuali del blocco ex sovietico di trovare asilo in un qualche paese occidentale che stavano visitando grazie al loro lavoro. Thriller che in che in qualche modo avevano dinamiche spionistiche e che, come fa Tatami, usavano la lingua del genere per parlare di politica.

Il fatto è che Leila, nel corso di questi campionati mondiali che potrebbe anche vincere, rischierebbe di ritrovare in finale un’atleta israeliana. Con la quale – ci racconta il film – ha un quale rapporto umano che, se non di amicizia, è di amichevolezza, ma che è comunque rappresentante di quello che per l’Iran – che pure lo riconosce ufficialmente – è uno “stato occupante”. Quell’incontro non s’ha da fare, quindi.
E come realmente accaduto in passato a molte atlete e molti atleti iraniani (compresa, nella finzione, la sua allenatrice Maryam), a Leila viene chiesto di ritirarsi, di abbandonare i campionati simulando un infortunio, e quindi di rinunciare ai suoi sogni di sportiva.

Quel che accade, quando arriva dall’alto arriva telefonata, è piuttosto facile intuirlo: Tatami non è un film dalla drammaturgia sorprendente, perché quel che gli interessa è altro. Attraverso una costruzione formale elegante e seducente, e uno sviluppo narrativo che si appoggia esplicitamente alle regole del thriller politico da un lato, e a quelle dello sport movie dall’altro, quello diretto a quattro mani da Guy Nattiv e Zar Amir (lui israeliano d’America, lei iraniana trapiantata in Francia, nonché bravissima attrice, qui nei panni di Maryam) è un film che porta avanti un discorso che vuole essere il più leggibile e il più universale possibile, e che viene caricato di simbolismi evidenti e rilevanti per parlare di una delle situazioni più terribili dello scenario geopolitico mondiale: quella del regime liberticida che vige in Iran in generale, e la condizione femminile in quel paese in particolare.

Ecco che allora quelle che racconta Tatami sono due donne che combattono o hanno combattuto: una, in passato, ha ceduto, l’altra non ha la minima intenzione di farlo, con una testardaggine vagamente egoista che sono l’idealismo e la forza del suo esempio possono giustificare (Leila non cambia idea nemmeno quando vengono presi di mira i suoi cari, in Iran, o quelli di una Maryam che cerca invano di dissuaderla).
Leila, in particolare, è una donna chiusa in uno spazio – fisico e mentale – nel quale è costretta a una dura battaglia – fisica e mentale anch’essa – per porter andare avanti, e trovare una soluzione. È una donna che si muove in un mondo fatto di regole rigide: quelle del judo, ma soprattutto quelle del suo paese. Una donna che, se all’inizio del film viene raccontata nel tentativo di conformarsi (alla sua categoria di peso, per la quale ha 300 grammi di troppo), in realtà sarà protagonista di una progressiva e sempre più evidente ribellione a limiti e imposizioni, che passerà anche per un casuale ma simbolico abbandono del velo che, anche in gara, le copre i capelli.

Incontro dopo incontro, minaccia dopo minaccia, telefonata dopo telefonata, Tatami si dipana sotto ai nostro occhi esattamente come ci aspettiamo che faccia – destino di Maryam compreso – ma, allo stesso tempo, stimolando in noi un coinvolgimento che si avvicina al tifo – sportivo e umano – per questa protagonista in lotta per una libertà che è sì individuale, ma che vuole essere metafora di una necessaria ribellione collettiva. Una alla quale dovrebbero prender parte, supportandola, anche quelli che vivono fuori dall’Iran e dalla crudeltà del suo regime.

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