Unico film italiano del concorso del Torino Film Festival di quest’anno, diretto da Manfredi Lucibello, racconta una storia che ricorda quella del film di Steven Knight con Tom Hardy ma anche La voce umana. Ecco di che parla Non riattaccare e quel che hanno raccontato a Torino regista e attrice (ma anche Claudio Santamaria).

Il programma del Torino Film Festival 2024, che lo presenta – unico titolo italiano – in concorso, parla così di Non riattaccare, film diretto da Manfredi Lucibello: “Come l’incontro tra Locke e La voce umana: un’auto, una donna alla guida, la voce di un uomo al telefono”.
La sintesi è efficace, e i riferimenti tanto ovvi quanto azzeccati: liberamente ispirato da un romanzo omonimo di Alessandra Montrucchio edito da Marsilio, adattato da Lucibello con Jacopo Del Giudice, Non riattaccare racconta in tempo (quasi) reale la storia di Irene, giovane donna che, nella Roma in lockdown della pandemia, riceve nel cuore della notte una telefonata dal suo ex, Pietro, che non sentiva da mesi. Inizialmente infastidita, Irene capisce presto che Pietro non è in sé, e che potrebbe compiere un gesto disperato: decide quindi di salire in auto e di guidare il più velocemente possibile dal quartiere Monteverde fino a Santa Marinella, dove Pietro è salito su un tetto, cercando di tenerlo impegnato in una conversazione telefonica resa complicata da batterie in esaurimento, serbatoi di benzina vuoti, controlli di polizia e, soprattutto, il peso di un passato doloroso dal quale sia lei che lui avevano cercato di fuggire.

Se è vero che Manfredi Lucibello non è Steven Knight, e che il testo di partenza non era di certo paragonabile a quello di Jean Cocteau, Non riattaccare può comunque contare su una certa elegante essenzialità della messa in scena (“questa è l’idea di cinema che mi piace”, ha detto Lucibello), e sulla prova d’attrice di Barbara Ronchi, protagonista assoluta nei panni di Irene, impegnata in una corsa contro il tempo e in una conversazione faticosa e dolorosa con il Pietro di Claudio Santamaria, un personaggio che non vediamo mai (ma che ascoltiamo), almeno fino alle ultimissime inquadrature del film.
“È ovvio che, guardando il film, si ha la sensazione di vedere un’attrice sola per novanta minuti ma io non mi sono mai sentita così tanto in compagnia come in questo film”, ha raccontato Barbara Ronchi. “Mi sono sentita supportata in maniera incredibile, e quindi mi sono sentita libera. Manfredi, il direttore della fotografia Emilio M. Costa, tutta la troupe che era molto giovane sono stati il mio pubblico, e io questo film l’ho fatto per loro in primis, avendo da loro giorno dopo giorno una risposta forte alla mia interpretazione”.
Sul set, però, Barbara Ronchi è arrivata solo dopo una lunga e attenta fase di preparazione: “Ho chiesto a Manfredi di potermi preparare in teatro, dove per due settimane ho provato il testo, che volevo fosse come un lungo monologo (anche se poi in realtà è un dialogo), in modo da arrivare sul set con la consapevolezza totale del percorso di Irene”.
Per l’attrice, Non riattaccare è “il racconto della lunga notte di una donna ferma, che sopravviveva, che era persa, e che con quella chiamata sente qualcosa che si risveglia, e ricomincia a vivere”.

Anche per Claudio Santamaria (per il quale le prove prima di andare sul set dovrebbero essere fatte sempre, anche per risparmiare tempo e denaro al momento delle riprese), la lavorazione di questo film è avvenuta in maniera particolare: ha registrato le sue parti vocali a lavorazione conclusa. “Ero felice di non dover andare sul set, di non dovermi preoccupare del mio aspetto, del trucco e di tutto il resto”, ha detto. “Ci siamo chiusi con Manfredi in una sala di doppiaggio dopo che il film è stato girato, e lì sono stato completamente libero nel dare voce e anima a questo personaggio, non parlando in piedi davanti a un leggio come in un doppiaggio qualunque ma muovendomi, parlando da seduto, proprio come se fossi in qualche modo stato in scena. Abbiamo lavorato molto”, ha proseguito, “registrato tutto più e più volte, per scardinare il testo, per far sì che quella di Pietro, sebbene solo vocale, fosse una presenza forte, capace di bucare l’etere”.
Per Santamaria è importante anche che Non riattaccare racconti “la storia di un uomo che ha bisogno della donna per essere salvato, qualcosa che è fondamentale comprendere anche nella vita di tutti i giorni. Io stesso sono un uomo salvato da una donna”.
Resta da vedere se sia giusto, e lo sia sempre, che le donne debbano preoccuparsi anche di salvare gli uomini, ex che magari agiscono a volte in maniera ricattatoria, ma questo è un altro discorso, e la risposta a questo quesito è giusto arrivi dal mondo femminile.
Su questo Barbara Ronchi non ha avuto modo di essere interpellate e di dire la sua: resta il comportamento della sua Irene, che, almeno in questo film, decide di salvare, anche a costo di grandi fatiche e sofferenze.

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