Zaporizhzhia, conosciuta come la città della centrale nucleare, è la sesta città ucraina per popolazione, città tradizionalmente industriale. Si attraversa un ponte sopra una diga sul fiume Dnepr per andare in centro. Il Dnepr fa una strettoia in quel punto e poi si allarga nel bacino dove c’è la centrale nucleare più grande d’Europa a Energodar, attualmente sotto occupazione russa. Oggi è una città che si sta riempiendo di profughi, dove trovare un appartamento è diventato impossibile e costoso. Dell’oblast solo la parte nord compresa la città è rimasta in mano governativa, anche se proprio su questo fronte si stanno concentrando le forze della controffensiva e da questa regione arriva qualche annuncio di avanzata da parte di Kiev. 

 

Il progetto di Intersos/Echo in  questa regione è gestito dall’ong locale Vostok Sso (Est Sos), nata nel 2014 in supporto della rivoluzione di Majdan. Per Echo supportano sfollati interni in due centri collettivi aiutando soprattutto con i cosiddetti “energy kit”, i sopporti per avere l’elettricità nei momenti in cui viene staccata, ad esempio durante i bombardamenti. 

 

Nei centri si trovano soprattutto donne sole o donne molto anziane che magari hanno la famiglia sfollata in città, ma il posto in casa non c’è. Così è successo a Taisiya, 83 anni, due occhi vispi che sorridono, di Huljajpole, città che sta proprio sul fronte. Taisiya è stata evacuata assieme alla figlia e due mesi dopo è riuscito a scappare anche il marito della figlia. “C’erano talmente tante esplosioni che ho perso l’udito – racconta -, siamo scappate con i vestiti che avevamo addosso”. 

 

Inizialmente erano in un rifugio temporaneo e li hanno spinti a cercare un altro posto, proprio a causa degli affitti molto alti moglie e marito hanno trovato un appartamento, ma posto per Taisiya non c’era e per l’anziana hanno trovato posto in un centro collettivo. Ma lei non si lamenta: “Alla fine è meglio così – sorride -, passo il tempo con persone della mia età, abbiamo più cose di cui parlare”. Taisiya abbraccia tutte noi, giornaliste e operatrici di Intersos con un calore che rende difficile non commuoversi. “E poi – conclude quasi maliziosa – c’è sempre qualche giovane che mi aiuta a scendere e che mi va a comprare il gelato“.

 

Irina Viktorina è più giovane, una signora bionda di 50 anni e viveva a Berdjansk sul mar d’Azov. “E’ una città turistica – spiega -, prima del 2014 venivano sempre i russi in vacanza e non c’era mai stato nessun problema”. Lei si prendeva cura della madre anziana e stava creando un’associazione per disabili: “I russi sono arrivati il terzo giorno dall’inizio della guerra, sono entrati senza combattere perché il sindaco aveva deciso di non fare resistenza per evitare morti e feriti. Era tutto aperto, anche gli edifici delle istituzioni, sempre per evitare spargimento di sangue. Poi sono arrivati i veicoli militari, i soldati che andavano di casa in casa a prendere i maschi giovani per farli lavorare con loro, chi si rifiutava finiva male”. 

 

Quando è iniziata l’occupazione la madre era ricoverata per una crisi glicemica. Con i russi diventa difficile procurarsi le medicine anche per gli ospedali, non si possono ritirare soldi dai bancomat, lei pensa che deve andare a cercare le medicine per la madre. Riesce fortunosamente a scappare dalla città, cammina due giorni ed arriva alla prima città sicura controllata dal governo ucraino. “Sono arrivata a Polohy, lì in una chiesa avevano allestito una prima assistenza con acqua calda e coperte – racconta -, da lì ho preso un bus per arrivare a Zaporizhzhia”. Non riuscirà mai a mandare le medicine, sua madre nel frattempo è morta e lei si ritrova sfollata in un centro collettivo ed è anche grata perché non è facile ormai trovare un posto dove stare senza pagare.

 

Irina, 62 anni, ha un caschetto bruno e un piglio teatrale.  E’ sfollata dal 2014, dalla prima ondata della guerra in Donbass. Lei è di Mlklivka vicino a Donetsk dove lavorava in un teatro per l’appunto, nella programmazione. “Prima che arrivassero i russi c’era una buona qualità di vita. Si lavorava, si viaggiava – ricorda -, poi sono iniziate ad arrivare tutta una serie di informazioni strane. Dicevano che non ci sarebbe stata una guerra ma un altro regime, che sotto i russi la vita sarebbe migliorata. Eppure non mi sembrava che la nostra vita fosse tanto male”. Irina è lì quando c’è il referendum che ha portato alla creazione delle repubbliche indipendenti del Donbass Dnr, lei era totalmente contraria e non è andata a votare. Dopo la vittoria degli indipendentisti la vita è diventata impossibile, c’erano check-point che controllavano se avevi fatto il passaporto della nuova repubblica e anche i vicini le facevano capire che una supporter di Kiev non era gradita. Come molti sfollati del Donbass, prima del febbraio 2022 riusciva a tornare ogni tanto a casa a vedere come stavano le cose, adesso è impossibile. “Non so che succederà, faccio parte di una comunità religiosa dove ci sono altre persone di Malinka e alcuni di loro stanno cercando di comprare casa qui, io non so ancora cosa farò”.

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