Gli inglesi sono pronti a sfidare francesi e italiani nel mercato del vino. Quello che fino a poco tempo fa sembrava un paradosso, ora è realtà. Colpa del clima: se prima c’erano luoghi inaccessibili per i vigneti, perché troppo freddi o troppo piovosi, oggi vignaioli ed enologi cominciano a spostarsi più a nord.

Sempre più a nord. Al punto, che perfino noti brand di champagne stanno investendo nel sud dell’Inghilterra, nel Sussex e nel Kent soprattutto. E da parte loro, i produttori anglosassoni continuano ad investire, convinti che il clima avvantaggerà i loro vigneti che, dicono, godono di ottima salute. Così mentre Regno Unito, e anche la Germania, annunciano di avere le risorse per diventare competitive, dallo spumante fino ai rossi, i Paesi del Sud Europa dove i vigneti sono presenti da secoli e fanno parte del paesaggio, sono alle prese con gravi problemi. Da risolvere in fretta.

Perché l’innalzamento delle temperature non ha portato solo siccità, ma ondate di calore alternate ad alluvioni o periodi piovosi. E tra decine di sperimentazioni compiute in laboratorio o sulle viti e in cantina, su un punto oggi sono tutti d’accordo: le nuove condizioni climatiche stanno mettendo a rischio le zone classiche di produzione del vino. E quest’anno ci si è messa anche la peronospora – un parassita causato dalle continue piogge che è riuscito ad infiltrarsi nel legno della vite – costata la perdita in alcune zone fino al 30% della produzione di uva.

 

Delocalizzare i vigneti

“La parola è delocalizzare i vigneti. Soprattutto le varietà più colpite dall’innalzamento delle temperature si stanno già spostando ad altitudini maggiori. In Toscana e in Trentino Alto Adige ad esempio, non è più una rarità trovare filari piantati ad 800 metri”. Parole chiare quelle del professor Attilio Scienza, docente di Viticoltura ed Enologia all’università di Milano.

Il cambiamento climatico sta dunque riscrivendo la mappa della viticoltura in Italia? “L’innalzamento delle temperature impatta principalmente due fasi fisiologiche della vite, quella di pre-germogliamento e della maturazione, con il risultato di uno sfasamento delle fasi fisiologiche. Uno degli effetti, ad esempio, è l’anticipo della maturazione che avviene in una fase delicata e che risente del cambiare della stagione. Il meccanismo è questo: la pianta produce composti polifenolici e aromatici per difendersi dall’eccesso di radiazione e di temperatura, un processo che comporta variazioni importanti nella composizione dell’uva e poi del vino. Per questo, i vini prodotti in questi anni sono molto diversi di quelli di 15 anni. Bisogna delocalizzare”.

Dove? “Noi, rispetto alla Francia, abbiamo le Alpi e gli Appennini, dove in alcune zone ci sono condizioni climatiche perfette per la vitivinicoltura. In Italia si potrebbero riscoprire aree inedite a vocazione vitivinicola nell’Appennino centrale e meridionale. Territori con suoli adatti a produrre vini di qualità, perfino champagne, ma che oggi li vediamo quasi abbandonati. Pensiamo ai vini coltivati sul mare nel Centro-sud, meno resilienti. Si potrebbe spostare la produzione verso l’area del Gran Sasso e della Maiella perfetti per le condizioni termiche e geologiche. Un progetto che non sarebbe sostenibile solo dal punto di vista ambientale ed economico, ma anche sociale, rivitalizzando borghi semideserti”.

 

La risposta dalla genetica

L’innalzamento delle temperature è solo una faccia della medaglia del cambiamento climatico sulla viticoltura. Perché, mentre si cercano altitudini alternative, i produttori si attrezzano per affrontare, vendemmia dopo vendemmia, condizioni ambientali differenti da nord a sud. I problemi trasversali però sono la mancanza d’acqua con lunghi periodi di siccità alternati a piogge intense, che il terreno non riesce ad assorbire, la transizione energetica e la trasformazione della propria azienda in una realtà sostenibile coinvolgendo dipendenti, fornitori e comunità locali. L’obiettivo è azzerare le emissioni di CO2.

 

Energia, acqua e tecnologia

Adattarsi alle nuove condizioni climatiche mantenendo inalterate le caratteristiche che hanno portato al successo il made in Italy nel settore del vino è un problema complesso. “Per contrastare gli effetti del riscaldamento globale, in tre delle nostre tenute utilizziamo il metodo ‘a goccia’ gestito con un programma digitale – spiegano i tecnici dell’azienda Zonin1821 con una produzione che si disloca su oltre 4mila ettari di superfice – un modello scientifico che permette di razionalizzare l’irrigazione dei vigneti in base alle previsioni del tempo. Inoltre utilizziamo stazioni metereologiche per prevenire le malattie della vite attraverso il controllo puntuale della quantità di acqua caduta e di altre variabili atmosferiche”.

Sì, perché oggi, come dice il professor Scienza, “la ricerca scientifica e la tecnologia aiutano i vignaioli ed enologi a combattere questa battaglia. Ad esempio, creando modelli di previsione che ci dicono come e dove agire nel vigneto”. Non è raro vedere i filari sorvolati da un drone. “Si chiama viticoltura di precisione, una strategia con cui si riesce ad evitare trattamenti indiscriminati. Molte risposte poi arriveranno dalla ricerca genetica, per dare vita a varietà più resistenti alla mancanza d’acqua e ai parassiti che a causa della siccità sono diventati molto aggressivi”. Droni e satelliti per aiutare a terra gli enologici e i vignaioli che utilizzano nuovi metodi di concimazione.

Intervento mirato sul vigneto

Intervento mirato sul vigneto 

Spiegano da Zonin1821: “Abbiamo reintrodotto la tradizionale tecnica della concimazione naturale detta ‘sovescio’ per apportare al suolo gli elementi di cui si nutre la vite, tanto che oggi il 60% dei vigneti è coltivato senza erbicidi”. E che la sostenibilità funziona lo dimostra che le tenute di Albola e di Montemassi di proprietà di Zonin1821 hanno ottenuto e mantengono la certificazione Equalitas, un riconoscimento verso chi promuove uno sviluppo sostenibile nel settore agroalimentare.
 

Il Gruppo Argea

Al nord le sfide climatiche i vignaioli le affrontano da sempre. Lontani i tempi quando negli anni Sessanta i loro vini avevano bisogno di quelli del sud, che arrivavano dalla Puglia e la Sicilia perché venissero più corposi. Oggi quella pratica, diventata tra l’altro illegale con l’introduzione delle leggi sulle Doc, neanche servirebbe visto che accade esattamente il contrario. A causa della siccità bisogna infatti evitare che il vino abbia un tasso alcolico troppo alto, sia troppo “muscoloso” e non venga più incontro ai gusti del pubblico che oggi chiede sì vini di qualità, ma più “bevibili” rispetto al passato.

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Il Gruppo Argea nato dalla fusione delle aziende Botter e Mondodelvino è un gigante del settore (produce 170 milioni di bottiglie con sedi sparse tra Romagna, Piemonte e Veneto più vari partner viticoli in Friuli Venezia Giulia, Puglia, Sicilia e Abruzzo). Già dal nome “arte” e “terra”  si intuisce che come elemento fondante del gruppo, Argea con circa 550 collaboratori, punta sulla sostenibilità. Sta investendo in energia elettrica prodotta al 100 per cento da fonti rinnovabili in tutte le sedi su cui sono stati installati impianti fotovoltaici, compensazione delle emissioni di CO2, mentre si lavora sul packaging.
 

“L’intenzione è raggiungere in pochi anni gli obiettivi di sostenibilità stabiliti dall’Unione europea per il 2030 – spiega Massimo Romani, amministratore delegato di Argea – coinvolgendo non solo i nostri collaboratori, ma anche i territori in cui operiamo. Giocare da soli non ha senso perché la ricerca della sostenibilità non può fermarsi alla coltivazione delle viti e al processo di vinificazione, ma deve guardare anche alla distribuzione del prodotto e al packaging. È proprio su questo tema che si è concentrata la seconda edizione di Habitat, l’appuntamento annuale che organizziamo con il mondo del vino dandoci una nuova sfida. Il prossimo step? L’idea è di tagliare il consumo del vetro e del cartone perché incidono notevolmente sulla carbon footprint. Insieme al trasporto costituiscono circa il 74% dell’impronta carbonica mentre la viticoltura e la vinificazione contribuiscono ciascuna per il 13%”.

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I laboratori di Argea stanno lavorando al progetto di nuova bottiglia in vetro alleggerito. Il traguardo è raggiungere i 44,5 milioni di bottiglie nel 2025 per un risparmio di emissioni pari a quelle prodotte dalle abitazioni di mille famiglie in un anno. Anche loro stanno scalando le colline, facendo salire le viti.

“La siccità oltre al fatto che quest’anno alcuni nostri vigneti sono stati attaccati in modo pesante dalla peronospera – racconta l’ad di Argea – ci hanno costretto a modificare anche il lavoro sul vigneto. Sia sulla potatura che ora deve tener conto del caldo sia l’irrigazione, ma stiamo anche cercando nuovi terreni. Vediamo l’Inghilterra con curiosità, ma restiamo in Italia. Sugli Appennini, soprattutto in Emilia Romagna abbiamo trovato aree che prima sembravano poco idonee perché le uve maturavano troppo tardi, ad ottobre, ora invece a settembre la vendemmia arriva puntuale anche in queste zone e il vino prodotto incontra i gusti dei consumatori. Dove? Ad esempio, nella provincia di Forlì”.
 

La svolta sostenibile, dal vigneto alla cantina

La viticoltura è dunque davanti ad una svolta. Spiega ancora il professor Scienza: “Non si tratta di integrare le conoscenze del passato, ma guardare a cose nuove. Solo così si potrà rispondere alle sfide del clima che i produttori vivono sulla propria pelle e a rispondere ai consumatori che chiedono prodotti sempre più sostenibili. Ma non basterà preservare il patrimonio naturale, inquinare meno e risparmiare energia, è necessario agire in modo programmatico con scelte condivise con chi lavora la terra e chi vive il territorio. C’è bisogno di pensare a una sostenibilità globale: dal vigneto alla cantina”.

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