Arriva nei nostri cinema l’acclamata opera prima dei gemelli Philippou, noti per il canale YouTube RackaRacka. Un film che aggiorna ai modi e alle mode della Gen Z i canoni dei film che trattano di sedute spiritiche e successive possessioni. La recensione di Talk to Me di Federico Gironi.

Da noi arriva preceduto dalla sua fama. Una fama fatta perlopiù di lodi sperticate, e giustamente pubblicizzate. Alla prova dei fatti non è male, Talk to Me, anche se c’è da dire che si tratta più di un film più ben fatto e ben pensato, se volete “bello”, che di un horror davvero spaventoso.
Il che, c’è da dire, non è necessariamente un limite nel contesto di un cinema dell’orrrore contemporaneo dove a dominare sono da un lato i jumpscare senza ritegno della Blumhouse, dall’altro le atmosfere troppo spesso pretestuosamente eteree e raffinate del cosiddetto elevated horror (ammesso e non concesso che l’etichetta abbia una sua validità).
Va riconosciuto quindi ai gemelli Philippou (noti su YouTube come RackaRacka) di aver mantenuto la barra dritta, e costruito un’identità che non vuole essere troppo cheap né cedere a presunzioni troppo autoriali, e un film che aggiorna ai modi e alle mode della Gen Z i canoni dei film che trattano di sedute spiritiche e successive possessioni.

In Talk to Me c’è la mano (imbalsamata e ricoperta di ceramica) appartenuta a una medium potentissima, finita non si sa bene come in possesso di alcuni adolescenti sciamannati di Adelaide, in Australia. Basta stringere quella mano per vedere apparire davanti ai propri occhi gli spiriti dei morti, e basta pronunciare una certa frase per farsi possedere la loro. Ma non più di novanta secondi, mi raccomando, sennò son guai.
I ragazzi, essendo ragazzi, si divertono a usarla alle feste: la mano per loro diventa un succedaneo di alcool e droghe. Una chiara metafora delle stesse per gli autori del film.
Tanto più che i problemi – grossi – vengono fuori quando quello che dovrebbe essere un uso ricreativo e “prudente” si rivela difficile da rispettare, e si finisce, volenti o nolenti, per fare il passo più lungo della gamba, quello che mette nei guai.
E ovviamente, essendo i Philippou giovani primo, e con una buona conoscenza dei social secondo, ecco che Talk to Me è l’ennesimo film contemporaneo dove si racconta (o mette alla berlina, o condanna; un po’ come in Fidanzata in affitto con Jennifer Lawrence) l’ansia degli adolescenti contemporanei per i video e per gli schermi dei loro smartphone: non c’è sballo se non c’è qualcuno che riprende; non c’è scandalo se non c’è qualcuno che filma; non c’è realtà se non sta dentro a qualche canale, a qualche storia, a qualche telefonino.

C’è da dire comunque che quella generazionale legata a telefoni e social è una critica che rimane periferica, e il centro del racconto è fatto di altre cose. Talk to me è un film di atmosfere e psicologie, che parla di lutto e senso di colpa e invidie, prima che di dipendenze di varia natura.
La protagonista, Mia – una che fin dai primissimi minuti del film è un po’ una piattola, e si distingue per effettuare sempre e comunque le scelte sbagliate che poi la metteranno all’angolo, e per la quale non è facile provare empatia – ha perso la madre, e questo si rivela fondamentale per la storia. Così come come un certa ambivalenza che prova per la bella famiglia della sua migliore amica Jade finirà per essere un punto centrale quando gli spiriti liberati da Mia (e in Mia, in qualche modo) prenderanno di mira il giovane Riley, fratello di Jade.

Se è difficile rintracciare in Talk to Me elementi di concreta originalità, è anche vero che i Philippou gestiscono bene il loro materiale, tengono il racconto compatto, non sbrodolano e non esagerano.
C’è – e per due che vengono da YouTube non è poco – la capacità di creare delle immagini cinematografiche forti, o che comunque rimangono impresse negli occhi e nella memoria dello spettatore. E c’è la capacità – grazie alla loro attenzione alle psicologie, ma anche a quella per le necessità più viscerali e esplicite dell’horror – di generare inquietudine. Un’inquietudine che, però, rimane sempre in superficie, non si fa mai vera angoscia, e che si lascia tranquillamente in sala, una volta esauriti i titoli di coda e tornati nel mondo reale.
Come se una certa bidimensionale evanescenza social avesse contagiato anche quest’opera prima comunque solida e interessante.

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