Usciva per la prima volta nel 1964 questo straordinario film, la più grande satira politica e antimilitarista della storia del cinema. Ecco alcune considerazioni sul film, a firma di Federico Gironi.

Se siete giovani (o distratti, o un po’ ignoranti) e a scuola, come purtroppo è possibile, anzi probabile, non vi hanno insegnato cosa è stata la crisi dei missili di Cuba, e non avete voglia di aprire un libro, il cinema può venire in vostro soccorso. Basta vedere un film che si intitola Thirteen Days per avere un tutto sommato sintetico resoconto dei giorni in cui il mondo fu a un passo dall’olocausto nuclare.
Quella vicenda avvenne nell’ottobre del 1962, mentre John Fitzgerald Kennedy era presidente degli USA e Nikita Chruščëv segretario del PCUS. Poco più di un anno dopo, alla fine di gennaio del 1964 usciva nelle sale americane Il dottor Stranamore, che in realtà era già pronto da un po’, doveva avere l’anteprima proprio nel giorno in cui JFK venne assassinato a Dallas.
Ecco, pensando a questo quadro storico, questo film – che, come dicono quelli che ne sanno, è la più grande satira politica e antimilitarista e non solo della storia del cinema – appare ancora più incredibile.

L’immenso Stanley Kubrick – uno che, quando ero ragazzo io, riempiva fin troppo la bocca dei cinefili, specie quelli presunti, e di cui oggi non si parla più molto, forse per ignoranza – lo girò tra Lolita e 2001: Odissea nello spazio, e in fondo questa cronologia ha una sua logica.
Perché Il dottor Stranamore è dominato dall’eros, dall’erotismo, dalla concezione maschile (e maschilista) del sesso e dei rapporti amorosi e sentimentali, con tuti quei simbolismi fallici, quelle allusioni visive e non, quel parlare di fludi, quegli atteggiamenti lubrichi di certi personaggi e quelle ansie d’impotenza di altri.
E perché ragiona, tutto sommato, pur con le armi dell’ironia, del sarcasmo e del paradosso, su questioni come potere, politica, società, ma anche esistenza e umanità, anticipando in quale modo il fantascientifico trip esistenziale di quattro anni dopo.

Il dottor Stranamore: il trailer del film

Oggi, rivederlo significa rimanere abbagliati dalla potenza essenziale delle sue inquadrature, dal genio fulminante delle sue battute, dall’irriverenza totale e anarchica con cui Kubrick demolisce i militari, i politici, i potenti e gli ambiziosi, capaci solo di inettitudine, follia o perversioni.
Significa godere di due (o meglio, quattro) interpretazioni straordinarie: quella del triplice Peter Sellers, che fa il presidente degli Stati Uniti Merkin Muffley, il militare della RAF Lionel Mandrake e ovviamente il nazistissimo dottor Stranamore (vero nome Merkwürdigliebe) del titolo, con quel braccio destro ribelle che scatta verso l’alto, e i “Mein Fuhrer” che gli scappano di continuo; e quella altrettanto straordinaria di un grandissimo George C. Scott che, nei panni del generale Turgidson, militare tutto d’un pezzo con la fidanzata segretaria/playmate, si produce in una performance comica – verbale, ma ancor di più fisica, quasi slapstick – da antologia.

Significa, ovviamente, ammirare una delle scenografie più iconiche (scusate la parola) della storia del cinema tutto, quella della War Room – creata dal geniale Ken Adam e spesso e volentieri inquadrata da Kubrick tramite grandangolo – dove si svolge gran parte dell’azione del film, e dove si consumano le gag più vistose. E qui la citazione è d’obbligo:

«Gentlemen, you can’t fight in here. This is the War Room!»

Inutile, però star qui a parlare delle cose di cui i critici e gli studiosi e gli appassionati di cinema, da sessant’anni a questa parte, vanno raccontando e ri-raccontando su questo capolavoro.
Non so se sia utile, ma di certo non è inutile, invece, riflettere su qualcosa di diverso, e che ci riporta un po’ al dato del quadro storico con cui abbiamo parlato prima.
Perché già allora, all’inizio degli anni Sessanta, Kubrick raccontava della follia umana che, tramite la guerra, la corsa agli armamenti, l’idea degli schieramenti contrapposti, e una fiducia eccessiva e sconsiderata nell’ausilio della tecnologia, aveva come risultato la fine del mondo, e dell’umanità.
Basta aprire un giornale – gesto che andrebbe fatto più spesso – o ascoltare un tg, per vedere che la Guerra Fredda sarà pure finita da un pezzo, ma i conflitti, e i morti, e le minacce al mondo e all’umanità, dall’Ucraina fino a Gaza, le guerre calde, o tiepide, o riscaldate che siano, non mancano.
Per constatare con amarezza, con quell’amarezza che Kubrick già lasciava in bocca sotto al gusto immediato della satira e della commedia dell’assurdo del suo film, che in sessant’anni non abbiamo ancora imparato nulla.
E che di Stranamore, Ritter, Turgidson e Muffley e Kisov, il mondo è purtroppo ancora pieno.

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