“Questa estate mio figlio, a 5 anni, ha preso il suo primo salmone. Eravamo lungo il fiume Nordura, lo stesso dove anche io, da bambino, ho pescato per la prima volta. Era così felice! Per lui è stato un grande passo, per me è stato enorme. Non voglio e non posso perdere questa emozione”. Elvar Fridriksson sorride mentre racconta. Negli occhi brilla il suo orgoglio di padre. E la determinazione da attivista.

Elvar Fridriksson, direttore del North Atlantic Salmon Fund (credit: Patagonia) 

Nel 2017 ha iniziato a fare volontariato nel North Atlantic Salmon Fund (Nasf), Ong che si batte per la difesa del salmone selvaggio in Islanda e di cui oggi Fridriksson è al vertice. “Ho sempre vissuto nella natura: sono sia pescatore che guida di pesca”, spiega mentre dal finestrino del van scorrono i chilometri di pianure laviche, gli antichi vulcani dormienti e le cascate cristalline dei Westfjords, la penisola islandese dei fiordi occidentali dove si è sviluppato il settore dell’acquacoltura. “Non potevo stare fermo a guardare gli allevamenti di salmone portarmi via tutto questo”.

Fiume Nordura (credit: Patagonia)

Fiume Nordura (credit: Patagonia) 

Il business del salmone allevato è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 40 anni, dalla Norvegia alla Scozia, arrivando fino al Canada e al Cile, per una produzione globale che nel 2021, secondo la Fao, è circa 2mila volte la pesca del salmone selvaggio: 2,9 milioni di tonnellate contro 1500.
 

A partire dagli anni 2000 anche l’Islanda partecipa a questa corsa all’oro rosa: oggi conta 16 allevamenti ed è il quarto produttore in Europa con le sue quasi 45mila tonnellate nel 2022. Di queste, 6 restano sull’isola e le altre 38.875 vengono esportate in Usa e in Europa, per quasi 300 milioni di euro, il 90% del valore totale dell’export di pesce allevato. Cifre esigue se paragonate alla Norvegia, che nello stesso anno ha prodotto oltre 1 milione e mezzo di tonnellate, ma l’Islanda è il Paese europeo che, in percentuale, ha aumentato maggiormente la sua produzione: 15 volte quella del 2012, quando si assestava a poco meno di 3mila tonnellate.
 

Mentre i numeri dell’allevamento sono esplosi, quello dei salmoni selvaggi è diminuito: in Islanda ne sono rimasti circa 60mila. E secondo le organizzazioni ambientali a contribuire al loro declino, e a minacciare la loro stessa esistenza, sono proprio gli allevamenti a reti aperte in mare.

Un allevamento di salmoni

Un allevamento di salmoni 

A vederli dalla costa, sono grandi gabbie circolari dal diametro di 35 metri che affiorano sul pelo dell’acqua, una decina in media per sito disposte in file simmetriche, ognuna delle quali può contenere tra i 100 e i 120 mila esemplari. “In un solo allevamento in pratica – sottolinea Fridriksson – c’è 20 volte il numero di salmoni selvaggi rimasti in tutta l’Islanda”.
 

Il pericolo principale è la fuga. “Quando riescono a scappare, alcuni salmoni nuotano verso i fiumi e possono accoppiarsi con quelli selvatici”, spiega Leo Alexander Gudmundsson, biologo dell’Istituto di ricerca sulle acque marine e dolci islandese e autore di un rapporto sul mix genetico dei salmoni selvatici pubblicato quest’estate.

“Il salmone islandese è il frutto di migliaia di anni di evoluzione ed è geneticamente diverso da quello allevato, che arriva da un ceppo di origine norvegese. Quando le due popolazioni si ibridano, la diversità genetica degli autoctoni è minacciata, il che può portare a un declino della popolazione e a un cambiamento delle caratteristiche storiche“.
 

L’autorità alimentare e veterinaria islandese ha confermato 16 casi di fuga. Nell’ultimo, scoperto il 20 agosto, almeno 3.500 pesci sono scappati dopo aver bucato le reti di Arctic Fish – la seconda azienda di allevamenti con 6 delle 16 strutture islandesi, al 51% di proprietà del gigante norvegese Mowi – a Patreksfjördur, nei fiordi occidentali.
 

Questa è l’area scelta dal governo per concedere le licenze di allevamento perché considerata la più lontana dai fiumi popolati dei salmoni selvaggi e frequentati dagli amanti della pesca con la mosca, un’attività che secondo l’Istituto di studi economici islandese porterà quest’anno circa 1,5 miliardi di euro all’economia del Paese.
 

Gli esemplari fuggiti sono però stati trovati da sub e pescatori volontari in ben 40 di questi corsi d’acqua, tra cui 17 nel rinomato Hrutafjardara, dall’altro lato della penisola. Qualcuno è arrivato fino ai fiumi dell’area di Akureyri, a nord-est dell’Islanda, a 500 chilometri dall’allevamento. Qualcun altro vicino Kirkjubæjarklaustur, a sud-est del Paese, distante 630 chilometri da Patreksfjördur.

“Ne ho pescati 7 finora”, racconta Brynjar Arnarsson, volontario 29enne del Nasf che sta aiutando le squadre di sub a liberare i fiumi dai fuggitivi. “La pesca è il mio lavoro, la mia vita, il mio futuro. Sto per diventare padre, ci sono i miei soldi in ballo. E la situazione è davvero allarmante”.

Sub sul fiume Hrutafjardara dopo la cattura dei salmoni fuggiti dall'allevamento di Patreksfjördur (credit: Hjörleifur Hannesson)

Sub sul fiume Hrutafjardara dopo la cattura dei salmoni fuggiti dall’allevamento di Patreksfjördur (credit: Hjörleifur Hannesson) 

Per il momento il governo islandese ha sospeso l’assegnazione delle licenze. La polizia sta indagando Arctic Fish per negligenza, perché non avrebbe effettuato le periodiche ispezioni delle reti. Ma la notizia che più preoccupa è che il sistema di controllo della luce progettato per ritardare la maturità sessuale dei salmoni sembra essere stato rotto per mesi: il 35% dei salmoni in fuga, e non più il 5% come prima si pensava, è sessualmente maturo, facendo così aumentare il pericolo di ibridazione, ed estinzione, della specie.
 

“Vederli accoppiarsi è un film dell’orrore per noi che viviamo con questi fiumi. Ci deve essere un altro modo per far convivere allevamenti e pesca“. Nel capanno per pescatori sul fiume Langadalsár a Ísafjördur, Sigurdur Thorvsalds mostra la dozzina di salmoni allevati pescati la mattina nel fiume di cui è guardiano. Ne conosce ogni ansa, ogni roccia. E per questo lavora per conto del consorzio di agricoltori padroni del corso d’acqua.

Sigurdur Thorvsalds, guardiano del fiume Langadalsar a Isafjördu (credit: Patagonia)

Sigurdur Thorvsalds, guardiano del fiume Langadalsar a Isafjördu (credit: Patagonia) 

In Islanda i fiumi sono di chi possiede la terra in cui scorrono, circa 2.250 proprietari, che possono continuare la loro attività grazie alle licenze di pesca che vendono. Nella stagione di pesca, che va da luglio a settembre, in media si pagano 700 euro al giorno per posizionare una canna lungo un fiume, cifra che sale vertiginosamente nelle giornate di alta stagione o nei fiumi più grandi e conosciuti.
 

Né gli islandesi né i turisti stranieri vogliono pescare un salmone di allevamento. La voce delle fughe inizia a diffondersi e i nostri introiti potrebbero crollare”. Gudrun Sigurjonsdottir è inquieta nella sua fattoria. Si trova nella valle del fiume Nordura, lontana dai fiordi occidentali, ma segue con preoccupazione le ultime notizie dagli allevamenti di salmoni.

Gudrun Sigurjonsdottir, proprietaria di una fattoria a Nordura (credit: Patagonia)

Gudrun Sigurjonsdottir, proprietaria di una fattoria a Nordura (credit: Patagonia) 

“Questa terra è della mia famiglia da 100 anni. Ci vivono 4 generazioni. Alleviamo mucche e pecore e le licenze valgono il 10% delle nostre entrate. Nella zona ci sono però altri proprietari che non hanno più animali e che si sostentano solo grazie al fiume. Abbiamo paura che i pesci scappati arrivino fino a qui, non riusciremmo mai a catturarli tutti”. E aggiunge, rivolta ai politici: “Io voglio sapere se per loro gli allevamenti sono più importanti di noi cittadini”.

 

I salmoni allevati sono facilmente riconoscibili: hanno le pinne lacerate dagli spazi stretti in cui crescono, la coda troppo piccola rispetto al corpo creato per produrre più carne possibile, la testa sfigurata dei pidocchi di mare.
 

Le ferite dei pidocchi di mare su un salmone fuggito dall'allevamento di Patreksfjördur e trovato sul fiume Hrutafjardara (credit: Hjörleifur Hannesson)

Le ferite dei pidocchi di mare su un salmone fuggito dall’allevamento di Patreksfjördur e trovato sul fiume Hrutafjardara (credit: Hjörleifur Hannesson) 

Questi piccoli crostacei (Lepeophtheirus salmonis) sono dei parassiti del salmone e mangiano la pelle e le mucose, fino alle interiora. Proliferano negli allevamenti e rischiano di infettare anche i salmoni selvaggi che passano lì vicini o che si imbattono in un fuggitivo.

Salmone allevato o selvaggio: come riconoscerlo





Per tenerli sotto controllo le aziende usano i pesticidi, che contaminano le acque e uccidono anche altri crostacei, come aragoste e gamberi. A fine settembre Arnarlax – la più grande azienda di allevamento del Paese, pure questa di proprietà di una norvegese, la SalMar – ha versato il pesticida SalmoSan in 13 delle sue 21 reti nell’impianto di Talknafjördur.
 

Il 7 ottobre proprietari di fiumi, ambientalisti e animalisti, giovani e anziani, di destra e di sinistra, si sono riuniti a Reykjavik per protestare contro gli allevamenti. Durante la contestazione, una delle più grandi dal 2008, i manifestanti hanno portato 70 salmoni fuggiti da Patreksfjördur e recuperati in giro per il Paese di fronte al parlamento e li hanno cosparsi con 36 taniche di finto pesticida, proprio per sottolineare come le aziende dell’acquacoltura abbiano infranto 36 volte la promessa di non utilizzare mai prodotti fitosanitari sui pesci.

“Stop al salmone allevato e ai pesticidi”: la protesta a Reykjavik





Ora che il governo sta discutendo la nuova legge sull’acquacoltura, che entrerà in vigore a maggio 2024, associazioni e cittadini chiedono di vietare nuove licenze e di predisporre una progressiva chiusura degli allevamenti esistenti. “Questa industria – afferma Jon Kaldal, portavoce della Icelandic Wildlife Fund, Ong supportata nella lotta agli allevamenti anche dal brand di abbigliamento sportivo Patagonia – rilascia rifiuti non filtrati nei nostri oceani. Le feci dei pesci, gli avanzi di mangime, i pesticidi, i farmaci, le microplastiche e i metalli pesanti scorrono senza ostacoli in enormi quantità attraverso le reti. Le sostanze chimiche e la plastica sono letali per altri tipi di vita marina. Possiamo ripensare le nuove regole per l’intero settore, anche fuori dall’Islanda”.
 

Per Daniel Jakobsson, responsabile dello sviluppo commerciale di Arctic Fish, però si fa tanto rumore per nulla. “Noi lavoriamo secondo i limiti di legge e facciamo tutto quello che è in nostro potere per ridurre gli impatti sugli ecosistemi. Il numero dei salmoni è quello consentito, non abbiamo un problema di pidocchi, infatti molti dei nostri stabilimenti nemmeno sono trattati, e siamo lontani dai fiumi della pesca”.

La sede di Arctic Fish (credit: Patagonia)

La sede di Arctic Fish (credit: Patagonia) 

Secondo il documento di valutazione del rischio redatto dall’Istituto di ricerca sulle acque marine e dolci ha stabilito che il numero limite di esemplari fuggiti dagli allevamenti non dovrebbe superare il 4% nei fiumi naturali dei salmone. Il limite di produzione potenziale è stato fissato a 106.500 tonnellate, più del doppio rispetto al dato attuale, e l’industria spinge per arrivare a 400mila. “Il problema però è che non c’erano abbastanza studi quando questi limiti sono stati imposti”, spiega il biologo Gudmundsson. “Non sapevamo che i fiumi di Westfjord, anche se non sono i più famosi, hanno popolazioni di salmoni. E non sapevamo quali danni potesse portare l’ibridazione in quest’area. Ora i dati ci dicono che dobbiamo cambiare rotta, il processo di ibridazione è già irreversibile. Li daremo al governo, di più non possiamo fare: la decisione finale è politica”.
 

Vero, ma è anche molto delicata perché, come spiega Tomas Gudbjartsson, cardiochirurgo dell’ospedale di Reykjavík, “l’argomento è estremamente polarizzante”. Da ambientalista convinto, Gudbjartsson si batte per mantenere intatta la natura intorno alla sua casa affacciata sul fiordo di Patreksfjördu, a pochi passi dall’allevamento da cui sono scappati i salmoni ad agosto e che un tempo apparteneva ai suoi nonni, ma molti membri della sua famiglia lavorano nel settore. “Mi rimproverano quando mi espongo contro gli allevamenti, hanno paura di perdere il posto”.

La casa di Tomas Gudbjartsson a Patreksfjördu

La casa di Tomas Gudbjartsson a Patreksfjördu 

Il suo non è certo un caso isolato, gli allevamenti danno lavoro. Sif Sigurdardottir, la manager di Vesturbyggd – uno degli 8 comuni dei fiordi occidentali dell’Islanda, di cui fanno parte Patreksfjördu e Bíldudalur, due cittadine di 721 e 238 abitanti – è tra quelle persone che riconosce un impatto positivo dell’industria sulla comunità: “Quindici anni fa qui c’era disperazione. Non c’era più lavoro, le case non valevano nulla, le persone erano bloccate qui. Ora ci sono nuove opportunità, la città è ottimista”.
 

Per alcuni i posti di lavoro sono però uno specchietto per le allodole. “Sono pochi, molti dei quali stagionali, e mettono a rischio lavori che già abbiamo e che perderemo con il collasso ambientale e il crollo del turismo”, si accalora Benedikta Svavarsdottir, ex infermiera di Reykjavik e madre di due figli, che dal 2011 gestisce un ostello a Seydisfjördur, nei fiordi orientali.

Benedikta Svavarsdottir, attivista contro l'apertura di allevamenti di salmoni nei fiordi orientali

Benedikta Svavarsdottir, attivista contro l’apertura di allevamenti di salmoni nei fiordi orientali 

Da quando è stata presa in considerazione l’idea di concedere licenze agli allevamenti anche in questa zona, lei ha alzato la voce, fondando Va! Ong per la tutela dei fiordi. “La maggioranza dei miei concittadini non li vuole. Gli allevamenti distruggerebbero la nostra natura e la comunità che abbiamo creato dal basso, con fatica. Le licenze sono gratis e chi le vince poi magari le vende ai colossi esteri. Non vogliamo che un’azienda straniera compri la nostra città e il nostro futuro, facendo i miliardi e lasciando a noi pochi spicci. Abbiamo bisogno di più lavoro? Certo. Ma dove è la politica?”.
 

Per aiutare con le spese legali Svavarsottir e gli altri abitanti di Seydisfjördur, la cantante islandese Bjork ha annunciato che donerà loro i ricavi di un brano in uscita a ottobre, cantato in collaborazione con la collega spagnola Rosalia. “C’è ancora una possibilità di salvare l’ultimo salmone selvaggio del Nord“, scrive Bjork sui suoi canali social. “il nostro gruppo vorrebbe sfidare questi uomini d’affari a ritirare i loro allevamenti! Vorremmo anche contribuire a inventare e inserire nel sistema legale dell’Islanda norme severe per proteggere la natura. La maggioranza della nazione è già d’accordo con noi”.

Intanto al tavolo del governo si guarda anche alla tecnologia per trovare un compromesso che soddisfi tutti, dagli allevamenti a terra, di cui un paio già sul territorio però molto energivori, alle reti chiuse in mare che si usano in Canada. “Ma gli allevamenti sono un modo spietato e disumano di produrre cibo”, ci tiene a precisare Kaldal. “Per ottenere una porzione di proteine da salmone allevato, in mare o a terra, nel mangime ci sono tra le 3 e le 4 porzioni di proteine economiche, solitamente soia che arriva dall’Amazzonia, con tutti i problemi che comporta. La nostra dieta deve cambiare. La nostra mentalità deve cambiare”. Il salmone allevato è un alimento per ricchi e per soddisfare i desideri della parte benestante del mondo ora a rischio c’è la natura dell’Islanda. “Abbiamo già ucciso il 70% del nostro ecosistema. Perché non ci fermiamo?”. La domanda di Benedikta Svavarsdottir è retorica. “Perché la gente è avida”, si risponde. “Il nostro vero nemico è l’avarizia”.

By admin

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

//ookroush.com/4/6884838