Si consumerà sabato, con il distacco delle macchine che la tengono in vita, il destino di Indi Gregory, la bimba inglese di 8 mesi affetta da una malattia che i medici del Queen’s Medical Centre di Nottingham e i giudici britannici considerano irrimediabile. Nell’udienza di oggi i giudici inglesi avevano fissato come termine per il distacco dei dispositivi vitali lunedì 13 novembre, ma successivamente, è stato precisato dai legali della famiglia che l’interpretazione corretta della sentenza indica che il distacco verrà effettuato il prima possibile, già domani. Svaniscono dunque le residue speranze della famiglia della bimba e, nonostante l’irriducibile opposizione dei suoi genitori e la battaglia legale sostenuta dall’Italia per un trasferimento al Bambino Gesù di Roma, la decisione dei giudici inglesi è confermata.

Una battaglia che il governo Meloni ha sposato in pieno: non limitandosi a concedere la cittadinanza d’urgenza a Indi (come fece, invano, 5 anni fa anche il governo di Paolo Gentiloni per il caso analogo di Alfie Evans), ma intraprendendo tutta una serie di passi successivi. Fino all’appello formale lanciato ieri da Giorgia Meloni in persona, e reso noto oggi, con una lettera al ministro della Giustizia e Lord Cancelliere della compagine Tory di Rishi Sunak, in cui si chiede apertamente un intervento politico di moral suasion per “sensibilizzare le autorità giudiziarie” dell’isola e permettere di trasferire la bebè dalla Gran Bretagna all’Italia “in nome della Convenzione dell’Aia del 1996”: “nello spirito “di collaborazione che da sempre contraddistingue i due Paesi” e “in tempo utile perché Indi possa accedere” al protocollo terapeutico offerto dall’ospedale Bambino Gesù.

La decisione della Corte inglese non ha aperto alcuno spiraglio al ricorso dei genitori, Dean Gregory e Claire Staniforth, assistiti in quest’ultima partita dall’avvocato Bruno Quintavalle, nemmeno per ottenere il permesso di portare a casa la figlioletta per il fine vita, insistendo al contrario nell’indicare un hospice come il luogo più adatto. Mentre ha liquidato come non in linea “con lo spirito della Convenzione dell’Aia” le istanze italiane per un passaggio spontaneo della giurisdizione alla Penisola, rivendicando alle corti del Regno il diritto di essere nelle condizione migliore per valutare la vicenda “nell’interesse superiore” della piccola. Una conclusione respinta su tutta la linea dalla onlus Pro Vita & Famiglia e dall’ex senatore leghista e avvocato Simone Pillon, impegnati sul lato italiano della vicenda giudiziaria al fianco dei legali attivati nel Regno e di un coordinamento di organizzazioni cristiane pro-life inglesi. I genitori di Indi si mostrano del resto decisi a non arrendersi fino all’ultimo secondo. Mentre moltiplicano i loro accorati appelli attraverso i media, da un lato esprimendo gratitudine all’Italia, dall’altro contestando sia l’atteggiamento “disumano” attribuito ai giudici britannici, sia la prognosi terminale sulla malattia di Indi dei medici dell’ospedale di Nottingham: centro assai reputato fra le strutture della sanità pubblica del Regno (Nhs), ma il cui reparto maternità è stato pure coinvolto di recente in un clamoroso scandalo di presunte negligenze conclusosi con condanne al pagamento d’indennizzi record. Da Londra, intanto, un documento di vescovi cattolici britannici sottolinea la delicatezza di una vicenda nella quale la scelta di “sospendere terapie considerate sproporzionate” non può trasformarsi “in un’interruzione di trattamenti base per il sostegno di funzioni fisiologiche essenziali”.

Mentre da Roma, Giorgia Meloni e il ministro della Salute, Orazio Schillaci, rimarcano come la sanità italiana sia pronta ad accogliere Indi e come i medici del Bambino Gesù assicurino che un supplemento di assistenza non “le causerà alcun dolore”. La bambina – fa eco il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano – “ha una grave malattia, certo, ma merita di essere curata non stroncata staccando le macchine”.

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