“A 73 anni suonati, io mi permetto ancora qualche passetto di danza e di farmi mancare il fiato dopo tre pezzi di seguito, tirati. Provo un’eccitazione che sta nel fatto di misurare se sono ancora all’altezza di meritarmi il centro del palco”. Nuova avventura live per Renato Zero, che con Autoritratto – I Concerti-Evento, torna tra i suoi sorcini per tutto marzo e per due date a giugno (il 14 all’Arena della Vittoria a Bari e il 21 in piazza del Plebiscito a Napoli). Il via il 2 marzo dal Nelson Mandela Forum di Firenze, con sei date, poi Roma con otto appuntamenti al Palazzo dello sport.
    Un Autoritratto – che è poi il titolo del suo ultimo album, uscito a dicembre -, per ripercorrere più di 50 anni di musica.
    “Una sorta di tagliando che ciascuno di noi artisti è tenuto a prendere in considerazione almeno una volta ogni 5 anni. Durante la mia carriera mi sono avventurato nel Dixieland, mi sono confrontato con il Funky, ho fatto sfoggio di rock’n’roll: non mi sono mai fatto mancare nulla. E sul palco porto questo bagaglio che si rinnova sempre”, racconta il cantautore romano prima di salire sul palco in quella Firenze che gli aprì le porte già cinque decenni fa.

    Rivendica, Renato, l’impegno che ha sempre portato nella sua musica, anche quando intorno non c’erano che sguardi di disapprovazione e dita puntate. “Mi sono dovuto difendere dai vaffanculo, da espressioni gergali pesanti. Di me è stata fatta carne da macello. Come quando a 22 anni scrivevo di pedofilia e venivo apostrofato come cacciatore di fantasmi o quando intorno a me girava gente che con la discografia aveva poco a che fare”, ricorda Zero che ha sempre voluto rendere conto solo a una cosa: “il pubblico, Puoi fare questo mestiere, se ami la gente, altrimenti no perché presto si renderanno conto del bluff. Se io sono ancora qui, se faccio ancora sold-out, se mi permetto di fare tre ore di show anche sotto la pioggia come successo al Circo Massimo, è perché il pubblico riconosce la mia verità.
    Questo significa essere un artista”.

    Ormai lontani i tempi di lustrini, tutine aderenti e paillettes, l’artista punta su uno show più minimale. “In passato i miei costumi hanno talmente occupato uno spazio epocale forte che oggi francamente una certa nudità nei miei confronti quasi la esigo. Non è sempre detto che la ricchezza di costumi e scenografie sia più potente di un artista da solo sul palco. Forse lo show è più minimale degli altri, ma non perché offro meno, ma perché ragionevolmente la sintesi fa parte del processo di maturazione di un uomo e di un artista”. Anche perché per Renato Zero, in questo momento “la musica è talmente omologata che quando hai sentito un brano li hai sentiti tutti.

    La preoccupazione di uno che fa questo mestiere deve essere quella di partecipare alla crescita della musica medesima.
    Dobbiamo ricominciare a lavorare con i manovali del ritmo e della vibrazione delle corde e non con un computer”. E così sul palco insieme a lui “una famiglia numerosa”, composta da 11 musicisti, dieci coristi, l’orchestra Piemme Project. “Siamo qui, in tanti, anche per ribadire che non vogliamo andare in pensione – dice convinto, anche facendo riferimento al recente annuncio di Claudio Baglioni di dire addio alle scene tra tre anni -. La cosa più elegante per quello che mi riguarda sarebbe scendere dal palco, un 24 febbraio del 2027 o del 2028, salutare la sarta, il macchinista, l’elettricista, e Renatino non c’è più. Questa favola deve avere un finale leggero, soave”. Un addio senza clamori, oppure “magari una serata all’Olimpico per un bel saluto, anche se la dimensione dello stadio non mi piace, forse perché ho fatto teatro con Squarzina ed esperienze che mi hanno spinto a non perdere di vista lo spettatore. Lì vedi solo degli affarini piccoli piccoli davanti a te, non riesci a leggere una faccia, e a me piace vedere come reagisce il pubblico. Preferisco la vicinanza intellegibile”.
    Come quella che esprime per i ragazzi scesi in piazza per manifestare in questi giorni. “Renato è con voi, io non sto sull’Himalaya, magari se mi gira ce vado pure io in piazza. Con la mia musica, con le mie esternazioni, ho manifestato tante volte. La società non si cambia per delega. La piazza, che è del popolo, deve essere riabilitata, torniamo in piazza tutti, a viso scoperto, e riprendiamoci questi spazi”.
   

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