Philadelphia dopo 30 anni, rimane un caso a parte. Ci sono pochissimi film che sono riusciti ad incidere così profondamente presso l’opinione pubblica, a cambiare così tanto le cose per una minoranza. In quel 14 dicembre 1993, Jonathan Demme, reduce dal successo per Il Silenzio degli Innocenti, creò un’odissea del dolore e dell’emarginazione che riscattò sia la comunità gay che gli innumerevoli malati di AIDS, che in quegli anni erano sostanzialmente dei paria. Ancora oggi questo film è senza pari per capacità di unire potenza narrativa e impegno civile.

Un film capace di analizzare una fobia universale

Per capire l’importanza di Philadelphia, bisogna comprendere che in quei primi anni ‘90, l’AIDS era ancora un terrore diffusissimo, una malattia che sapeva ancora di condanna a morte per chiunque ne sentisse il nome. Contrarla significava però, al contrario di un tumore o qualsiasi altro morbo, finire emarginati, trattati come appestati o ancor peggio untori. Questo soprattutto nei primi anni, quando l’ignoranza era ancora dilagante e sulle possibili forme di contagio non tardarono ad abbattersi oltre alla disinformazione, anche leggende di ogni tipo. Ma l’AIDS comportò un’ancor maggior ghettizzazione per la comunità LGBT+ in generale, tra le più colpite dal morbo, almeno agli occhi del pubblico. Paura e intolleranza erano un mix potente, e a partire dal 1980, l’AIDS fino ai metà degli anni ‘90 fu senza dubbio un incubo dentro un incubo per tanti.

Durante gli anni 80, dominati dal culto della bellezza, del successo, la comunità gay, LGBT+ in generale, cominciò ad uscire sempre più allo scoperto e paradossalmente fu un malato di AIDS a dare il suo contributo. Rock Hudson era stato una stella del cinema. Omosessuale costretto a nascondersi per tutta la vita, fece coming out e pochi mesi dopo, ormai in fin di vita, rese pubblica anche la sua malattia. L’Ospedale parigino in cui si trovava si svuotò in poche ore, un fenomeno che Philadelphia avrebbe ripreso in più di una scena. Sempre durante quegli anni, anche star dello sport come Magic Johnson e Tommy Morrison furono trovate positive. Il grande Freddie Mercury a poche ore dalla morte ammise di esserne stato contagiato. Era il 1991 e fu in un clima del genere che Philadelphia entrò in produzione e infine travolse come un uragano le sale cinematografiche.

La trama di Philadelphia era fortemente connessa alla vita di Geoffrey Bowers, Clarence Cain e Scott Burr, tutti avvocati che erano stati discriminati a seguito del contagio. La cosa ebbe anche strascichi legali dopo il successo del film, ma ciò che conta, è che Philadelphia ebbe il merito di essere non solo una storia tremendamente realistica, ma anche di andare lì dove l’America più bigotta, conservatrice e intollerante non voleva trovarsi: dentro la paura del diverso. Tom Hanks ha avuto tanti ruoli incredibili nella sua vita, ma quello di Andrew Beckett, avvocato gay e sieropositivo, che viene ingiustamente licenziato con un escamotage dal suo studio legale, è stato forse il più potente. Conscio del reale motivo dietro tale decisione, Beckett si rivolgerà al collega ed ex rivale Joseph Miller per trovare assistenza. Ed è qui, in questo contrasto lontano da ogni cliché, che Philadelphia già scala le marce.

Andy è bianco, in teoria un privilegiato in quegli anni in cui Philadelphia ha nelle sue strade, come cantò Bruce Springsteen nella canzone che accompagnava il film, gli ultimi e i reietti che incespicano malconci. Andy finisce nel giro di pochissimo tempo per essere emarginato nel modo più totale perché malato di AIDS. Probabilmente neppure un afroamericano come Joseph sarebbe mai stato trattato così in America. In Joseph, Denzel Washington tratteggia con straordinaria credibilità un simbolo dell’intolleranza, ma anche del machismo, della superficialità, dell’omofobia più rozza. C’è una scena in Philadelphia, che è importantissima per messaggio: è quando Joseph vede Andy dimagrito, emaciato, venire emarginato e umiliato in Biblioteca. Dopo essersi schierato dalla sua parte, sta per andarsene con la solita frase di banale commiato, poi però torna indietro, qualcosa scatta dentro di lui, quell’empatia che forse neppure lui pensava di avere. Lì, in quel momento, Philadelphia diventa il film che tutti ricordiamo.

L’impatto unico di una storia di vita, morte e riscatto

La chimica tra il carismatico e imponente Denzel Washington e il sempre più debole ma mai domo Tom Hanks è sicuramente tra le migliori viste al cinema di tutti i tempi. Non due attori e basta, ma due tra i più grandi di ogni tempo che si dedicano ad un racconto il cui finale non prevede la sopravvivenza del protagonista, ma il suo riscatto morale, suo e degli altri come lui. Hanks perse 15 kg per la parte, ci regalò una dolorosa ma incredibile agonia che viene mostrata in più di una scena come mai prima di allora il cinema aveva osato. La sequenza delle ferite sul petto mostrate in aula è tra le più memorabili. Ma Philadelphia evita di essere semplicemente un film sui rapporti umani, è anche un film giudiziario di grandissima caratura. La sfida tra Washington e la sua avversaria Belinda Conine (Mary Steenburgen) è senza esclusione di colpi, è feroce e impietosa, ma anche appassionante.

Il villain non è da meno, ed è un granitico, carismatico Jason Robards, nei panni di Charles Wheeler, prima guida, mentore di Andy e poi capace di qualsiasi nefandezza per disfarsi di quello che vede sostanzialmente come un peccatore. Robards riesce però a rendere ambiguo il suo personaggio, che è e rimane un ipocrita bigotto, omofobo, che usa la Bibbia come scudo. Allo stesso tempo appare attraversato da un enorme conflitto nel momento in cui si rende conto di quanto Andy lo ammirasse. Lui, assieme agli altri ex colleghi, a mano a mano che il processo va avanti mostrano segni di cedimento e persino empatia verso Andy, che affronta grandi sofferenze non solo a causa dell’AIDS, ma del loro comportamento. Ed è anche l’ambiguità morale tra i principali temi di Philadelphia, la stessa che Joseph a lungo indosserà di fronte agli altri, per non ammettere che non ha più paura dei gay, la stessa che infine abbandonerà sulle note di La Mamma Morta cantata dalla grande Maria Callas.

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Sarebbe il risultato del ritorno di patologie già conosciute dopo anni di restrizioni per la pandemia della Covid-19

In quel momento disperato, in quell’Aria immortale, vi è il momento supremo di Philadelphia. Beckett vorrebbe tenere un atteggiamento neutrale verso il suo “cliente”, invece Andy lo travolge con una spiegazione di quelle parole e quelle note. Il luogo che fu mia culla sta bruciando” canta la Callas e Jonathan Demme crea un parallelo tra Andy, che ogni giorno è più vicino alla morte, e la speranza che comunque tracima dalla voce contenuta in quel disco. In quel momento Beckett smette completamente di essere il semplice avvocato di Andy, ne comprende l’amore per una vita che sa che dovrà lasciare. Perché, ed è questo il punto fondamentale di Philadelphia, la vita è sempre vita, pure negli ultimi istanti della sua esistenza, dopo la vittoria in tribunale, circondato da familiari, amici, dal fidanzato Miguel (Antonio Banderas), Andy non smette di amarla. Beckett ed Andy infine sono diventati ciò che pareva impossibile: amici. Questo al di là di ogni differenza dovuta al colore della pelle, sessualità e virus.

Philadelphia ebbe un successo stratosferico. Inizialmente distribuito in poche sale, guadagnò infine la testa del botteghino, arrivando a fine corsa con qualcosa come 210 milioni di dollari. Tutti colsero la rivoluzione che questo film portava nella concezione dei malati di AIDS e anche della comunità LGBT+, forte di un’umanità che dominava ogni sequenza, ogni dialogo ed immagine. Hanks vinse il suo secondo Oscar, Denzel Washington fu derubato di una nomination che avrebbe meritato ampiamente. A partire dal 1996 l’AIDS sarebbe divenuta sempre più domabile; a dispetto dell’altissimo numero di contagiati che ancora oggi interessa il Terzo Mondo, non si può negare che la ricerca abbiano di fatto reso questo male molto meno temuto. La paura, l’ostilità verso i malati sono però tornate prepotentemente a dominarci durante la pandemia di Covid19, ed è per questo che un film come Philadelphia rimane prezioso, inestimabile al netto della sua specificità storica. Perché ci ricorda che l’indifferenza uccide non meno di un virus.

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