Le forze speciali dell’esercito israeliano e le forze di sicurezza sono attualmente con gli ostaggi rilasciati che sono stati sottoposti ad un primo accertamento medico all’interno del territorio israeliano. Lo annunciano congiuntamente l’esercito e le forze di sicurezza. Continueranno ad essere accompagnati dai soldati dell’IDF mentre si dirigono verso gli ospedali israeliani, dove si riuniranno alle loro famiglie

Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar ha affermato che Israele ha iniziato a rilasciare 39 prigionieri palestinesi in cambio della liberazione del secondo gruppo di ostaggi israeliani. Lo riporta Haaretz. Il portavoce ha aggiunto che il Qatar spera che “lo slancio delle ultime 48 ore consentirà di estendere il cessate il fuoco anche quando scadrà l’attuale accordo”.

Israele ha confermato in serata l’identità dei 13 ostaggi liberati poco fa dalla prigionia di Hamas e, secondo le prime informazioni, sono tutti in buone condizioni di salute. Si tratta, scrive il Jerusalem Post, di sette bambini e sei adulti, tra cui Emily Hand, nove anni, rapita dai terroristi durante il massacro del 7 ottobre e inizialmente ritenuta uccisa. Era stata rapita insieme alla sua amica Hila Rotem di 13 anni, che è stata pure liberata ma che torna senza sua madre, Raya Rotem, che rimane ancora nella mani dei terroristi. C’è poi Maya Regev, 21 anni, è stata prelevata dal rave Nova il 7 ottobre insieme al fratello Itay. La mattina dell’aggressione il papà di Maya ha ricevuto una telefonata da lei che urlava “Papà mi sparano, sono morta”. Maya torna a casa senza il fratello diciottenne. Ci sono poi Noam e Alma Or, fratello e sorella, di 17 e 13 anni. Il loro padre rimane invece a Gaza. E Shiri e Noga Weiss, madre e figlia, rispettivamente di 53 e 18 anni. E ancora, Sharon e Noam Avigdori, madre e figlia, 52 anni e 12 anni. Shoshan Haran, 67 anni, fondatrice della Ong Fair Planet, che aiuta a portare tecniche agricole e agricole innovative nelle parti meno sviluppate del mondo. Infine, Adi, Yahel e Neveh Shoham: Adi, 38 anni, suo figlio Naveh, 8, e sua sorella, Yahel di tre. Sono stati tutti rapiti dal Kibbutz Be’eri insieme al resto dei membri della loro famiglia allargata.

Le Brigate Ezzedine al-Qassam, il braccio armato di Hamas, avevano annunciato in un comunicato in serata di aver consegnato 13 ostaggi israeliani e sette stranieri al Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), poco prima di mezzanotte (locale), termine ultimo per rispettare l’accordo con Israele. Il trasferimento – che era stato ritardato dopo che Hamas aveva accusato Israele di violare l’accordo, accuse smentite dai funzionari israeliani – è avvenuto “nel contesto della pausa umanitaria”.

Rischiava di durare poco meno di 24 ore la tregua tra Israele e Hamas ma, grazie alla mediazione di Qatar e Egitto, lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi è stato concluso in serata.

Tredici israeliani – e secondo le prime informazioni anche 7 stranieri – hanno lasciato la Striscia in cambio di 39 palestinesi a 50 giorni dal massacro del 7 ottobre. Una svolta dopo 5 ore di incertezza, e di angoscia per i parenti, in cui è sembrato che l’intesa fosse sul punto di saltare già al secondo giorno.

 

I 13 ostaggi israeliani, quasi tutti del kibbutz Beeri – uno dei più colpiti lo scorso 7 ottobre – passeranno nelle mani della Croce Rossa e Israele avvierà le procedure del rilascio dei 39 detenuti palestinesi che si trovano nel carcere di Ofer.

 

A ritardare il rilascio è stata Hamas che l’ha motivato con il fatto che “Israele non ha attuato gli elementi dell’intesa”. Una accusa rigettata in toto da Israele che ha minacciato “la ripresa dei combattimenti dalle 24 di stasera se gli ostaggi non saranno liberati”. Lo stop all’accordo è arrivato dalle Brigate al Qassam, l’ala militare di Hamas, che ha messo nel mirino il mancato rispetto “dell’accordo sull’ingresso di camion umanitari nel nord della Striscia di Gaza e il mancato rispetto degli standard concordati per il rilascio dei prigionieri”.

 

La contestazione di Hamas, secondo quanto si è appreso, si riferiva ai nomi e all’ordine temporale con il quale Israele ha scadenzato la liberazione dei detenuti palestinesi. Fonti politiche israeliane, citate dai media, hanno risposto che “non c’è stata alcuna violazione degli accordi. Così come Hamas decide in ogni fase chi rilasciare dalla sua lista degli ostaggi, altrettanto decidiamo noi quali detenuti di sicurezza palestinesi devono essere liberati in cambio”.

 

Secondo fonti della sicurezza sono stati trasferiti “nel nord della Striscia di Gaza ben 61 camion di aiuti umanitari sui 200 passati oggi, tra cui cisterne di carburante e gas”. Hamas ha ribattuto che “340 camion sono entrati a Gaza da venerdì scorso, 65 dei quali hanno raggiunto il nord della Striscia. Un numero che è meno della metà di quanto Israele ha concordato”.

Per la Mezzaluna Rossa Palestinese oggi sono stati consegnati “con successo aiuti umanitari alla città di Gaza e al governatorato settentrionale di Gaza nel più grande convoglio” dall’inizio della guerra nella Striscia. I canali di comunicazione indiretta tra le parti si sono subito mossi per risolvere lo stallo. Il Qatar – oggi suoi funzionari sono arrivati in aereo in Israele – ha mosso le sue pedine cercando di arrivare ad una mediazione “il più presto possibile”. E anche l’Egitto ha fatto sapere di aver compiuto “intensi sforzi” per portare a compimento la seconda tranche dello scambio tra ostaggi e detenuti palestinesi. Anche il presidente Usa Joe Biden ha fatto la sua parte, parlando con il Qatar, per sbloccare lo stallo.

All’inizio della giornata, prima che tutto si bloccasse, lo scenario e i segnali erano apparsi anche migliori del previsto. Fonti egiziane hanno rivelato che erano in corso ulteriori trattative per allungare di uno o più giorni la tregua in atto fino a lunedì. E da entrambe le parti avevano ricevuto “indicazioni positive”. Lo sforzo è quello di favorire uno scambio di ostaggi e detenuti il più largo possibile fino ad arrivare, come detto fin dal primo momento,- a 100 ostaggi liberati (su 230 tenuti a Gaza) per 300 detenuti palestinesi, mentre l’attuale intesa ne prevede 50 per 150.

Il ministro della difesa Yoav Gallant, oggi entrato a Gaza nella parte sotto il controllo israeliano, ha ammonito che i militari resteranno nella Striscia finché tutti gli ostaggi non saranno restituiti ed eventuali futuri negoziati con Hamas verranno condotti durante i combattimenti. Se a Gaza tacciono le armi, in Cisgiordania, considerata il ‘fronte interno della guerra’, gli scontri con l’esercito israeliano proseguono. A sud di Jenin sono stati uccisi due palestinesi, secondo quanto ha riportato l’agenzia Wafa.

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