Se ne discute da molti anni, ma sembra davvero arrivato il momento di cambiare nome ai tumori: dal momento che la loro classificazione è ormai basata su criteri molecolari, non ha più senso etichettarli con il nome degli organi nei quali si manifestano. È quanto afferma un gruppo di ricercatori guidato dal centro oncologico francese Gustave-Roussy, che ha pubblicato un commento sulla rivista Nature. Classificare i tumori sulla base delle loro caratteristiche molecolari aiuterebbe infatti a identificare rapidamente le terapie più efficaci.

“L’idea che il cancro sia una malattia molecolare è ormai condivisa da tutti”, dice all’ANSA Alberto Bardelli, direttore scientifico dell’Istituto Fondazione di Oncologia Molecolare di Milano e professore all’Università di Torino. “Gli oncogeni, ad esempio (quei geni che contengono l’informazione per proteine capaci d’indurre la trasformazione maligna di una cellula), sono la prima evidenza di caratteristiche che travalicano i convenzionali confini tra tumori. In futuro – aggiunge – ci sarà sempre più bisogno di un gruppo multidisciplinare di specialisti: nella stessa stanza, oltre ai medici, si dovranno sedere anche altri esperti, come quelli di Intelligenza Artificiale e biologi molecolari”.

Secondo i ricercatore dell’Ifom, “la strada indicata da Fabrice André e dai suoi colleghi è quella giusta, ma non ci siamo ancora: oggi la ricerca richiede un passo in più, uno sforzo collettivo”. Inoltre, “sarà necessario formare una nuova classe di medici. È proprio con questo obiettivo che è nato il programma Physician Scientist, che vede convolto l’Ifom insieme alla Fondazione Airc per la Ricerca sul Cancro, Università di Milano, Istituto Nazionale dei Tumori, Ospedale Niguarda e Istituto Europeo di Oncologia di Milano: è un programma disegnato per offrire ai futuri medici la possibilità di una formazione più completa”.

Esiste infatti una crescente disconnessione tra la classificazione dei tumori in base all’organo e gli sviluppi più recenti nell’oncologia di precisione, che utilizza invece le caratteristiche molecolari delle cellule tumorali e di quelle immunitarie per guidare le terapie. Per illustrare il problema, i ricercatori guidati da André evidenziano il caso del farmaco nivolumab, che prende di mira il recettore di una proteina che aiuta le cellule tumorali a sfuggire all’attacco del sistema immunitario. Il farmaco è più efficace quando le cellule producono una grande quantità di questa proteina, eppure milioni di persone che corrispondevano al profilo non hanno avuto accesso alla terapia per anni, perché gli studi clinici dovevano essere svolti per ogni tipologia convenzionale di tumore.

“Gli autori dell’articolo sono nel giusto, tuttavia dobbiamo sempre basarci su ciò che dice la ricerca: non possiamo vedere la malattia solo per organo ma, allo stesso tempo, ci sono delle eccezioni, in alcuni casi si tratta di una discriminante fondamentale”, dice ancora Alberto Bardelli. “Ad esempio, alcuni farmaci che funzionano per uno non funzionano per un altro, nonostante le caratteristiche molecolari simili. L’approccio molecolare ci può portare ad un’approvazione molto più rapida dei farmaci, ma senza nuovi medici sarà difficile”.

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