RAFAH — Il Natale non esiste. È solo un ricordo, in questi giorni, per chi vive a Gaza. Niente alberi, addobbi o regali: non c’è il minimo segno che ci riporti alla mente che domani si celebra la nascita di Gesù. Ne parlavo ieri con le mie due figlie, con cui abbiamo rievocato con nostalgia l’anno passato. Quando come sempre a Gaza City siamo andati alla cerimonia per l’illuminazione dell’Albero di Natale, nel cortile dell’Ymca. Potrà sembrare strano per chi non conosce Gaza o per chi se la immagina con i propri pregiudizi, ma in un territorio in cui vivono solo 600 cristiani sono molte di più, circa tremila, le persone che di solito partecipano alle cerimonie legate al Natale.

Io stesso, che non sono religioso, con le mie figlie vado in chiesa il 24 dicembre, celebriamo questo momento con gli amici cattolici. Così fanno tanti musulmani. O almeno facevano fino all’anno scorso. Ma ci sembra lontanissimo, irraggiungibile, anche un altro ricordo, il nostro tradizionale pasto della vigilia, la pasta con il pollo. A questo siamo ridotti.

In mezzo alle tende e alle macerie di oggi dobbiamo insomma accontentarci del fantasma del Natale passato. Il presente sono i nuovi bombardamenti sulla Striscia. Israele ha ordinato due giorni fa l’evacuazione ad altre 150mila persone: agli abitanti di un’area centrale di Gaza, presso il campo di Nuseirat e la zona più a Est, a Bureij, ha detto di trasferirsi a Sud, verso Deir Al-Balah. Ve lo immaginate? 150mila persone che da un giorno all’altro sono costrette ad abbandonare le proprie case e i propri beni sotto la minaccia di bombardamenti imminenti. Per andare in una zona, Deir Al-Balah, che già è piena di rifugiati.

Proprio tra Nuseirat e Deir Al-Balah pesanti attacchi israeliani hanno ucciso ieri almeno 18 persone, secondo fonti mediche. Alcune delle vittime si trovavano vicino all’ospedale Al-Aqsa, a Deir Al-Balah. Non mi sorprende quindi che tante persone che conosco si siano rifiutate di lasciare Nuseirat. Perché avrebbero dovuto farlo, se le zone che Israele definisce sicure non lo sono in realtà per nulla? Ha ragione il direttore dell’Unrwa, Thomas White, quando dice che i palestinesi non sono “pedine su una scacchiera” da spostare da una parte all’altra.

Questo è il nostro Natale. Niente stelle comete, solo i missili di Israele. Vale per i musulmani, gli atei e i cristiani. La comunità cristiana palestinese è una delle più antiche del mondo, ma oggi è dispersa e terrorizzata. Negli anni passati riuscivano a raggiungere Betlemme, in un pellegrinaggio di fede che osservavamo con ammirazione. Quest’anno invece niente, perché a Betlemme, dove le celebrazioni sono comunque ridimensionate in solidarietà con Gaza, i cristiani della Striscia non possono arrivare. Sono chiusi in due parrocchie, rifugiati sotto le bombe e nemmeno loro al sicuro.

Israele il 19 ottobre ha distrutto la Chiesa di San Porfirio, uccidendo 18 persone. E poi ha bombardato il Centro culturale greco-ortodosso e l’unico ospedale cristiano della Striscia, quello battista di Al-Ahli. Il 16 dicembre invece una donna e sua figlia sono state uccise da cecchini israeliani mentre erano all’interno della parrocchia cattolica della Sacra Famiglia. Un attacco che è stato condannato anche dal Papa, che ha parlato di “terrorismo”. Tutto ciò ci spezza, è troppo triste. Il mondo festeggia, illumina case e piazze, mentre noi abbiamo solo il freddo a ricordarci che sì, dovrebbe essere quel tempo dell’anno in cui è Natale. Tra poco arriverà la fine dell’anno, un’altra occasione da celebrare. La speranza è che la guerra per quel giorno sia finita. Sarebbe un passo avanti, in attesa di capire cosa ne sarà di noi nel 2024. Tra morti, feriti e macerie, comunque, non avremmo in ogni caso nulla da festeggiare.?

(Testo raccolto da Daniele Castellani Perelli)

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