Come conseguenza del taglio dei servizi (e quindi dei fondi) le prefetture incontrano grandi difficoltà a trovare enti per la gestione dei Cpr, dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e dei Cpa (Centri di prima accoglienza). Per esempio, si registrano gare deserte presso la prefettura di Prato, Genova, Pordenone, e Lecco. Le cooperative e le associazioni del terzo settore che si occupano di rifugiati e diritti umani hanno smesso di partecipare alle gare perché i fondi a disposizione sono insufficienti per garantire servizi adeguati.

A ottenere gli appalti sono le grandi multinazionali della detenzione, proponendo importanti ribassi sui prezzi con il rischio di gravi violazioni dei diritti fondamentali dei trattenuti. Per fare degli esempi concreti: oggi nei Cpr ogni persona detenuta ha diritto a 9 minuti a settimana di informativa legale, 9 di supporto psicologico, 9 di assistenza sociale e 28 di mediazione culturale. “Questo significa che le persone private della libertà perché hanno violato una norma amministrativa, non possono far valere un diritto di difesa, e in molti casi non capiscono nemmeno perché sono li, in condizione di cattività”, aggiunge Coresi. Un altro fenomeno problematico è quello delle proroghe: se non ci sono soggetti disposti a gestire i Cpr, le prefetture si vedono costrette a prorogare gli appalti già in atto, nonostante alcuni enti gestori abbiano avuto grandi problemi con la giustizia.

Gli specialisti del settore

I Cpr di Ponte Galeria a Roma e Torino sono gestiti dalla società Ors (Organisation for Refugees Service), che fino al 2022 gestiva anche quello di Macomer (provincia di Nuoro). Ors gestisce cento strutture sparse tra Svizzera, Austria, Germania e Italia. Secondo un’inchiesta di Irpi i centri gestiti dalla multinazionale, e dalle diverse filiali, sono stati nel tempo oggetto di inchieste e di accuse di mala gestione. Un rapporto di Amnesty International ha denunciato nel 2015 le condizioni inumane in cui le persone migranti erano costrette a vivere nel centro di Traiskirchen, in Austria. La struttura, progettata per 1.800 persone, era arrivata a ospitarne 4.600. In questo modo Ors, secondo l’ong, puntava a “un taglio dei costi e alla massimizzazione del profitto con “risparmi” su visite sanitarie, corsi di formazione, cibo e qualità degli alloggi”.

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