“Così com’è il protocollo firmato tra Italia e Albania mi pare difficile possa essere attuato. Occorre una legge di ratifica da parte del Parlamento”. Silvia Albano, giudice della sezione immigrazione del tribunale di Roma, oltre ad essere un’esperta in materia è anche una dei magistrati che con tutta probabilità nei prossimi mesi sarà chiamata a pronunciarsi sull’attuazione dell’accordo che dovrebbe portare in Albania, per le procedure di frontiera accelerate, fino a 36.000 migranti in un anno salvati dalle navi italiane.

Dottoressa Albano, ha sentito. Il ministro per i rapporti con il Parlamento ha detto che non ci sarà alcun passaggio in aula sul protocollo. E allora?
“E allora vedremo. Immagino che ci sarà una pioggia di ricorsi su cui dovremo pronunciarci. E se non ci sarà una legge di ratifica che definisca le deroghe al quadro normativo nazionale previste da questo protocollo non potremo che prenderne atto”.

Quello che teme il ministro della Giustizia Carlo Nordio che nei giorni scorsi si è augurato che i giudici delle sezioni immigrazione non facciano come con il decreto Cutro.

“Il ministro Nordio sa bene che i giudici non possono che applicare le leggi verificando la compatibilità costituzionale e con le norme dell’Unione europea, perché noi siamo anche giudici europei”.

E questo protocollo secondo lei è compatibile?
“Intanto l’articolo 80 della Costituzione prevede che le Camere debbano autorizzare con legge di ratifica i trattati internazionali che comportino oneri alle finanze dello Stato e modifiche alle norme nazionali. E questo protocollo prevede sia oneri che modifiche”.

E se invece il governo cambiasse idea e il protocollo passasse dall’approvazione parlamentare i suoi principi sarebbero accettabili?
“Occorrerà vedere. Va da sé che le variazioni di legge devono comunque essere compatibili con le direttive europee. Per quello che abbiamo potuto leggere, in realtà, in questo protocollo non c’è molto. Quello che è stato enunciato invece presenta diversi punti di contrasto con le norme in vigore. A cominciare da quelle che definiscono le procedure per le domande di asilo che possono essere avanzate nel territorio dello Stato membro, alla frontiera, nelle acque territoriali e nelle zone di transito. E l’Albania non rientra in nessuna di queste opzioni per l’Italia”.

Ma la premier Meloni invoca una sorta di principio di extraterritorialità nelle due zone che l’Albania metterà a disposizione dell’Italia per le procedure accelerate di frontiera.
“Anche l’extraterritorialità necessita di una legge, non si dichiara con un protocollo. Perché si deroga alle norme sulla giurisdizione e sulla competenza. E infatti anche l’extraterritorialità delle ambasciate ( dove per altro allo stato non pare possano essere presentate richieste di asilo) è stabilita per legge e ratificata dal parlamento”.

Quali sono gli altri punti del protocollo su cui nutre dei dubbi di legittimità?
Ci sono diversi punti critici. Mi limiterei a sottolineare quelli più evidenti regolati da convenzioni internazionali come il diritto del richiedente asilo a rimanere nello stato membro durante l’esame della domanda, la competenza delle questure e dell’ufficio di polizia di frontiera a ricevere le domande, l’insediamento delle commissioni territoriali per l’asilo presso le prefetture, l’applicabilità delle procedure di frontiera solo per domande proposte in frontiera e nelle zone di transito e l’Albania non può considerarsi tale. E poi c’è il problema della competenza dei giudici delle sezioni specializzate. La legge prevede che sia il giudice del luogo dove il richiedente asilo è trattenuto e in questo caso il giudice del luogo non c’è. Ovviamente se il trattenimento non viene convalidato entro 48 ore il migrante deve essere riportato in Italia”.

E quale potrebbe essere, a rigor di logica, il giudice competente?
“In teoria, visto che eventuali ricorsi sarebbero presentati contro il ministero dell’Interno in merito al diritto ad entrare su territorio italiano, il foro erariale competente sarebbe quello di Roma”.

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