La posta in gioco, per l’Italia, è di 154 miliardi di euro. A tanto, infatti, ammonta il valore dell’import-export marittimo italiano che transita dal canale di Suez, il 40 per cento del totale. Rendere inagibile un’arteria tanto vitale può mettere in crisi l’intero sistema economico del Paese, se rapidamente non verranno individuate le contromisure. Il problema, per quanto riguarda la merce che si sposta via mare (il 90 per cento del totale), è che l’Italia è soprattutto spettatrice di una catena logistica governata dai grandi vettori marittimi.

In un recente studio pubblicato da Srm, centro studi collegato a Banca Intesa, e dall’associazione dei porti italiani Assoporti, si riassumono i numeri che evidenziano criticità crescenti per i porti italiani e, a cascata, per tutti i prodotti che da qui devono poi essere smistati fino alla destinazione finale. La progressiva contrazione dei traffici dal canale di Suez viene infatti affrontata dalle grandi compagnie armatoriali, scegliendo una rotta alternativa, quella che passa dal Capo di Buona Speranza. La navigazione si allunga di 11-12 giorni e questo comporta tre ordini di problemi: rallenta la catena di approvvigionamento, ci sono maggiori ritardi nelle consegne e aumenta il costo del carburante. Non solo. Aumentano i consumi e con questi le emissioni inquinamenti e balzano nuovamente verso l’alto i noli marittimi, con il risultato che sarà il, consumatore finale a subire questi rincari.

Secondo uno studio di Confimprenditori nell’ultimo trimestre “l’Italia ha perso 3,3 miliardi di euro per mancate o ritardate esportazioni e 5,5 miliardi per il mancato approvvigionamento di prodotti manifatturieri. A soffrire di più in Europa la crisi del Medio Oriente sono le piccole e medie imprese italiane. Oggi il traffico marittimo sul Mediterraneo è già in calo a vantaggio dei porti del Nord Europa. Se questa situazione dovesse protrarsi ancora, il fattore di crisi, ossia la scelta di porti nord europei, potrebbe diventare l’unica alternativa per il commercio, con ripercussioni ancora più negative per l’Italia”.

Le conseguenze nel medio-lungo termine possono essere ancora più pesanti, come spiega il presidente di Fedespedi, l’associazione delle case di spedizioni italiane, Alessandro Pitto. “La situazione è difficile per l’intera catena logistica che fa i conti ancora una volta con uno shock del tutto inatteso. Dal canale di Suez passa il 12% del commercio internazionale, il 10% del petrolio, l’8% di gas naturale. Sono tanti i settori della nostra economia che hanno impatti negativi. In import il tessile e la moda, in export l’alimentare, ortofrutta, pasta, prodotti da forno”.

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