L’ombra del giorno, su Rai 3 il film di Giuseppe Piccioni (Luce dei miei occhi) con Riccardo Scamarcio e Benedetta Porcaroli che racconta una storia d’amore ambientata durante gli anni del fascismo in una città di provincia, tra il proprietario di un ristorante simpatizzante del fascismo e una ragazza che porta con sé un segreto che riesce a farsi assumere.

Riccardo Scamarcio: Luciano Traini
Benedetta Porcaroli: Anna Costanzi / Esther Pauwel
Valeria Bilello: Amelia
Lino Musella: Osvaldo Lucchini
Sandra Ceccarelli: Elsa, madre di Corrado
Vincenzo Nemolato: Giovanni
Antonio Salines: il professore
Waël Sersoub: Emile Costa
Costantino Seghi: Corrado
Flavia Alluzzi: Maria
Attilio Di Sansa: Cavaliere
Lucio Sestili: Annibale
Jacopo Ghilardi: cameriere
Francesco Olivieri: lavapiatti
Stefano Baldoni: camerata

1938. È un giorno qualunque, in una città di provincia come tante altre in Italia (Ascoli Piceno). I tavoli sono apparecchiati e Luciano ha appena aperto il suo ristorante. Dalla vetrina vede un corteo ordinato di bimbi di una scuola elementare, accompagnati da una maestra. Camminano disciplinati sul marciapiede al sole, in fila per due, con i loro grembiuli infiocchettati e i capelli pettinati con cura. Luciano è tentato di credere a quell’immagine di serenità, di fiducia nel futuro. Ha un’andatura claudicante a causa di una ferita della prima guerra mondiale, un ricordo permanente della ferocia di quel conflitto. Dietro le ampie vetrine che danno sull’antica piazza scorre la vita di quella piccola città in quegli anni. Sono gli anni del consenso, delle opere pubbliche, e delle nuove città. Luciano è un fascista, come la maggior parte degli italiani in quel periodo, ma lo è a modo suo; ha preferito rimanere in disparte e si è tenuto lontano dall’idea di trarre vantaggio dalle sue decorazioni di guerra e dalla militanza ottusa e obbediente nelle gerarchie del partito. Però si sente partecipe di quel generale entusiasmo, nonostante per indole tenda a occuparsi solo dei fatti propri, perché “il lavoro è lavoro”: quello che gli sta a cuore è il suo ristorante e i compiti quotidiani a cui lui si dedica con scrupolo taciturno. Finché fuori dalla vetrina, appare una ragazza. Mi chiamo Anna Costanzi, gli dice, e timidamente chiede se cercano personale. Di lì a poco l’avvento di quella ragazza e le prime evidenti crepe che si evidenziano in quel mondo che guarda dalla vetrina cambieranno la vita di Luciano. Com’è strana la vita, pensa Luciano. Un tempo, del suo lavoro, gli piaceva proprio essere affacciato sulla strada, guardare la gente che passeggiava, che correva in fretta al lavoro, gli dava l’illusione di essere insieme a quelle persone, al loro stesso livello. Adesso invece tutto si confonde e ogni giorno si rinnova la sorpresa. E ha il volto di Anna. Ora, in entrambi, si è fatto strada un sentimento, qualcosa a cui Luciano aveva rinunciato da tempo. Ma quella giovane donna ha un segreto…

Se dovessi identificare uno stile, inteso come una costante presente nei miei film, direi che, in gran parte dei lavori realizzati, ci sono delle scelte che mettono in stretta relazione la scrittura e la messa in scena. Se dovessi imprudentemente autocitarmi direi che i personaggi che racconto sono un po’ “fuori dal mondo”, non nel senso di stralunati, bizzarri o particolarmente eccentrici.

Nella loro normalità essi hanno una mancanza, una distanza da una vita piena, al passo con quella degli altri. La loro inadeguatezza è tuttavia evidente soprattutto quando si confronta con un’occasione di cambiamento ed è quasi sempre segnalata dalle coordinate spaziali in cui si svolge il racconto e dalla predominanza del loro sguardo, soprattutto quello di Luciano, sugli altri e sul mondo. Quindi in questa, come in altre mie storie, ci sono il dentro e il fuori, l’interno e l’esterno. Non amo i virtuosismi registici, mi piace raccontare una storia e nascondere i suoi segreti nei personaggi, nei luoghi e nelle situazioni, nei dialoghi o cercare di raggiungere, anche nell’artificio, anche in un piccolo, evidente scarto dal realismo in senso stretto, un qualche grado di verità.

Presento dei personaggi evidentemente e apparentemente tipizzati poi cerco di aggirare i cliché, di eluderli, con movimenti inattesi della storia e della messa in scena. I problemi a cui abbiamo cercato di dare una soluzione possono essere i più diversi: come si incontrano Luciano e Anna, in che modo, nelle varie situazioni, cresce la loro storia d’amore, attraverso quali gesti, in quale spazio, con quali parole, con quali scelte riguardanti le inquadrature, la luce, l’uso (o il non uso) della musica. Tutto questo diventa ancora più decisivo della trama. La piazza davanti al ristorante, nella prima parte della storia, sarà un luogo pieno di luce e equilibrio, dove prevalgono i colori e la presenza rassicurante di vicini e passanti.

Diversamente, nella seconda parte della storia, il paesaggio ci apparirà meno illuminato, quasi scialbo, denso di ombre accompagnate da una luce opaca. Le stesse presenze umane saranno più rade, occasionali, i colori dei loro abiti meno vividi. Presenze ostili, poco rassicuranti. Prevale un senso di insicurezza, in un conformismo generale che alimenta un clima di diffidenza, di sospetto, di parole dette a bassa voce, e un sentimento di disagio che pervade tutto e tutti. Se qualcosa di tutte queste mie intenzioni è andato a buon fine lo devo agli attori e a tutti i miei collaboratori.

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