È capitato a molti di guidare fino a una meta e all’arrivo non ricordare la strada percorsa. In quei minuti il cervello era in uno stato di trance, si è riposato ma senza perdersi del tutto, cioè rispettando stop e semafori e prendendo le svolte giuste. È praticamente quello che accade sotto ipnosi. «Si tratta di uno stato modificato della coscienza», sintetizza il dottor Marco Scaglione, il cardiologo che più di tutti, in Italia e non solo, utilizza durante i suoi interventi questa pratica molto antica, che sta vivendo una rinascita. Che serva per smettere di fumare, per sopportare un dolore fisico, per affrontare un’operazione, l’ipnosi è sempre più utilizzata. A dirlo è la richiesta crescente da parte di medici e psicologi, che si iscrivono alle scuole più importanti, di imparare a usarla. Ma è in aumento anche l’interesse dei pazienti. La tecnica permette tra l’altro di eliminare, o ridurre sensibilmente, l’uso dei farmaci antidolorifici e anestetici, cosa fondamentale quando il paziente ha delle allergie e comunque utile anche per chi non ne soffre.

Per smettere di fumare

Silvia Giacosa è la presidente di Amisi, l’Associazione medica italiana per lo studio dell’ipnosi che esiste dal 1958 ed è riconosciuta dal ministero dell’Università. Si occupa di psicoterapia ipnotica, che ad esempio viene usata per smettere di fumare. Ci sono anche Centri antifumo pubblico, come quello della Asl Verbano Cusio Ossola, che la utilizzano, spesso in abbinamento con terapie farmacologiche. «Mi è capitato di far smettere di fumare in due o tre sedute — dice Giacosa —. Bisogna intanto che la persona arrivi motivata, convinta di dire basta. Prima si cerca di capire il senso che dà quel paziente alla sigaretta. Poi si ipnotizza, attraverso il rilassamento lo si porta in uno stato di dormiveglia mentale. A quel punto è più propenso a interessarsi dei suoi pensieri, a dare spazio alla dimensione inconscia e si può così lavorare per risalire all’origine del vizio, magari anche senza parlare direttamente delle sigarette».

I corsi per imparare

L’Amisi, spiega Giacosa, fa corsi post laurea di quattro anni, per medici e psicologi, dopo i quali rilascia un diploma di specializzazione in psicoterapia. «Immatricoliamo venti persone all’anno e di recente abbiamo visto un aumento delle domande», dice la dottoressa. L’Istituto Granone di Torino è un altro centro molto noto in Italia, che fa corsi per tutti gli operatori sanitari, anche gli infermieri. Massimo Somma, il presidente, spiega che «di solito prendiamo 50 persone all’anno per prepararle bene. Negli ultimi due anni abbiamo avuto 120 e 150 domande», a dimostrazione dell’interesse crescente per l’ipnosi. Anche Unicusano ha organizzato di recente, dall’anno accademico 2021-2022, un master in questa disciplina. Quest’anno hanno chiesto informazioni sul percorso di studio circa 270 persone.

Anche dal dentista

«Perché aumentano le richieste? Intanto – spiega Somma – di ipnosi si sta ricominciando a parlare molto. Si vedono i risultati buoni raggiunti con questa tecnica, quindi gli operatori sanitari vogliono imparare ad praticarla. Attira molto l’idea di fare certe procedure senza l’aiuto di sostanze e quindi senza rischi di tossicità. C’è un grandissimo interesse, ad esempio, degli odontoiatri».

Contro il dolore

Marco Scaglione ad Asti usa l’ipnosi da molto tempo, come molti suoi collaboratori. «È utile nella gestione del dolore acuto e anche cronico». Il cardiologo ha pubblicato il primo studio al mondo sull’impianto di un defibrillatore sottocutaneo con l’ipnosi. Ha poi fatto studi su gruppi di pazienti che hanno affrontato l’ablazione contro la fibrillazione atriale. «Procedure come l’anestesia generale o le sedazioni profonde si possono evitare in circa il 90% dei casi. Abbiamo dimostrato che come tecnica analgesica si può usare l’ipnosi insieme a microdosi di farmaci antidolorifici». Capita raramente che un paziente non si riesca a gestire con l’ipnosi. «E infatti noi non abbiamo più l’anestesista in sala», dice Scaglione. «Ed è utile anche dopo, per il dolore post operatorio. Anche per quel problema abbiamo ridotto al minimo l’utilizzo di farmaci».

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