Debutta il 21 novembre questa commedia che trova un’equilibrio sorprendente tra la voglia di essere una storia tenera e edificante e quella di invece di voler a tutti i costi far esplodere la comicità irriverente e demenziale di Adam Sandler (doppiatore, sceneggiatore e produttore) non appena ce n’è il modo. La recensione di Leo di Federico Gironi.

Non sapevo bene cosa aspettarmi quando, una pigra domenica pomeriggio, mi sono piazzato sul divano con Figlia Numero 2 per vedere Leo.
Sapevo poche cose, il trailer l’avevo visto distrattamente. Ero consapevole che la trama ruotasse attorno alla vicenda di un’anziana lucertola che ha passato la vita in un terrario di una classe di scuola elementare e che sogna di fuggire prima di morire, ma tutto qui.
La cosa importante, in un certo senso, è che il film fosse legato al nome di Adam Sandler, attore per il quale ho una chiara inclinazione – condivisa anche da Figlia Numero 2, complici le visioni di film come Racconti incantati, Hubie Halloween o Murder Mystery (per il resto, c’è tempo) – e che qui è doppiatore, sceneggiatore e produttore.
Quel che è venuto fuori è che Leo è un film quasi perfetto per essere visto nel corso di una pigra domenica pomeriggio al fianco di una figlia di 10 anni, e che Adam Sandler non è mai una delusione ma sempre una sicurezza.

Il fatto è che in realtà la storia di Leo non è affatto quella di una lucertola che fugge dalla gabbia dorata nella quale ha vissuto tutta la vita e fa una serie di strabilianti esperienze, un po’ come avveniva in Rango.
No, la storia di Leo è quella di un personaggio – la lucertola doppiata da Sandler, appunto, perlomeno nella versione originale: in quella italiana la voce di Leo è di Leo, Edoardo – che, progettando quella fuga, scopre qualcosa di più importante: che la sua età e la sua esperienza, l’aver osservato per più di settant’anni, anno dopo anno, bambini di quinta elementare fare i conti con i loro problemi personali, scolastici e relazionali, possono essere una risorsa preziosa per aiutare i bambini di quest’ennesimo anno a superare ostacoli e difficoltà.

Portato a casa per un fine settimana da una bambina col compito di accudirlo, per forgiare il suo senso di responsabilità, Leo – che voleva sfruttare quell’occasione per la sua grande fuga – si lascia sfuggire di saper parlare, e una cosa tira l’altra, e finisce per dare a quella bambina, che ha il vizio di parlare troppo e sfinire l’interlocutore, consigli utili per stare meglio con gli altri.
Il fine settimana successivo toccherà a un altro bambino, e così via, finché Leo non migliorerà la vita di tutti gli alunni della sua classe, che però sono tutti convinti di essere gli unici a avere questo rapporto privilegiato con la lucertola.
Quel che poi accade nel film, a questo punto, è facile intuirlo, ma come poi la storia si andrà a sviluppare è una bella sorpresa.

Attraverso il meccanismo appena descritto, quello per cui il protagonista affronta le ansie dei suoi alunni e conosce anche il suo contesto familiare, Leo permette ai suoi spettatori, grandi e piccoli, di assistere a un campionario abbastanza completo e decisamente credibile delle problematiche che riguardano i bambini come gli adulti.
Da un lato ci sono le questioni grandi e piccole che i bambini si trovano a dover affrontare a casa, a scuola e in un momento cruciale della loro crescita; dall’altro genitori che, volenti o nolenti, si rivelano più un problema che un supporto, vuoi perché troppo ansiosi, vuoi perché troppo competitivi, vuoi perché non abbastanza attenti o presenti.
E perfino la scuola, e il mondo degli insegnanti e dei loro metodi, sono oggetto delle attenzioni di questo film.

L’intento, chiaramente, è quello di mettere sullo schermo una storia edificante, certo, ma in Leo non c’è traccia di inutile sentimentalismo, o di certe melensaggini più o meno assortite che a volte fanno capolino nel cinema animato di alcuni grandi marchi.
Qui la voglia di raccontare una storia edificante, una piccola parabola morale, viene sempre in qualche modo ridimensionata, riportata alla giusta dimensione, da una comicità sfacciata e spesso irriverente e demenziale, che riguarda sia certi duetti notevoli tra la lucertola Leo e la tartaruga che è stata sua pluridecennale compagna di terrario (doppiata in originale di Bill Burr), sia una lunga serie di gag, personaggi e situazioni che portano evidenti su di sé la firma di Sandler da un lato, e quella di registi che hanno un passato nel Saturday Night Live dall’altro.

Più volte, guardando Leo, sia io che Figlia Numero 2 (che pure era tutta presa nel processo di identificazione con quei bambini sullo schermo che, per coincidenza, erano esattamente suoi coetanei) non siamo stati in grado di trattenere le risa, quando la comicità, quella dichiarata come quella più tra le righe, o nei dettagli, arrivava a sparigliare le carte.
E i dettagli fanno anche la qualità di un’animazione che, in apparenza, gioca abbastanza sul sicuro: in Leo, spesso, sembra di vedere chiaramente l’ingresso in scena di situazioni e personaggi (dai bambini dell’asilo al drone) che sembrano venire, solo leggermente normalizzati, dritti dal mondo dei Mitchell contro le macchine.

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