Se questi due articoli fossero applicati per come sono scritti, adunate con il braccio destro alzato, liturgie fasciste come la chiamata al “presente” e qualunque esaltazione del regime come l’espressione “viva il duce” dovrebbero essere considerate reato esattamente come in Germania, dove è vietata l’esposizione pubblica e privata di simboli e atteggiamenti associati al regime nazista. Tuttavia, anche a causa della mancata defascistizzazione dell’Italia, e soprattutto delle cariche pubbliche, due sentenze della Corte costituzionale hanno mutilato gli obiettivi della legge Scelba.

Le due sentenze della Corte costituzionale

La prima, del gennaio 1957, restringe l’applicazione dell’articolo 4, depotenziando enormemente il reato di apologia al fascismo. I giudici della Corte hanno stabilito che, per avere una vera e propria apologia al fascismo, non sia sufficiente una “difesa elogiativa” del regime, ma sia necessaria “una esaltazione tale da poter condurre alla riorganizzazione del partito fascista”. Quindi l’apologia è reato solo se funzionale alla riorganizzazione del partito e non è reato se va invece a esaltare o celebrare il fascismo, come invece aveva previsto la formulazione originale della legge Scelba.

Nel dicembre 1958 una seconda sentenza dà un’interpretazione simile anche all’articolo 5, che vieta le manifestazioni fasciste, considerandole reato solo se volte alla ricostruzione del partito fascista. Entrambe le sentenze arrivano a seguito di richieste di appello formulate da membri del Movimento sociale italiano, il partito nato dai reduci del fascismo e della Repubblica sociale italiana, condannati sulla base della legge Scelba.

È da sottolineare che, in entrambi i casi, le corti erano composte per la gran parte da giudici che, in vario grado, avevano partecipato attivamente al regime fascista. È il caso, per esempio, di Nicola Jaeger, che fece parte di un gruppo di giuristi incaricato di legittimare la dittatura, come riporta il testo La costruzione della “legalità” fascista negli anni Trenta. Oppure di Francesco Pantaleo Gabrieli, membro della commissione che compilò il cosiddetto codice Rocco, il codice penale fascista che comprendeva misure razziste e contro i dissidenti politici. O ancora di Gaetano Azzariti, presidente della Commissione sulla razza durante il fascismo e presidente della corte costituzionale nel 1958.

Sotto la guida di questi giudici, la legge Scelba fu ridotta a intendere come reato solo il tentativo di fondare un nuovo partito fascista e a rendere legale ogni atto celebrativo, commemorativo o nostalgico finché non sia esplicitamente diretto a fondare il disciolto partito. In base a queste interpretazioni, non è reato nemmeno chiamare ufficialmente un partito “neofascista” o avere il termine “fascismo” nel nome, a patto che possa dimostrare di non voler ricostruire il partito mussoliniano e di non voler sovvertire la democrazia.

Così centinaia di neofascisti possono difendere Mussolini, fare il saluto romano in file militari ad Acca Larentia, vendere ninnoli del regime o busti dei gerarchi fascisti, indossare divise o portare in giro bandiere fasciste. E per lo stesso motivo, tanti gruppi esplicitamente neofascisti possono continuare a svolgere attività politica e alcune delle più alte cariche dello stato possono continuare a mantenere i propri incarichi nonostante esibiscano cimeli e simboli fascisti.

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