Al netto dei detrattori, Alice Rohrwacher è tra i pochi autori del nostro paese ad aver oltrepassato i limiti nazionali ed essere riuscita a esportare le proprie opere al di fuori dell’Italia. Si contano sulle dita di una mano i registi nostrani contemporanei in grado di imporre il proprio nome e un’impronta ben delineata all’estero, ancor di meno se si parla di donne. 

Rispetto ai vari Sorrentino, Moretti, Garrone, la sua filmografia è decisamente meno vasta, eppure si è già portata a casa una nomination all’Oscar per il suo ultimo cortometraggio, Le Pupille, prodotto tra gli altri da Alfonso Cuarón, piccola perla disponibile su Disney+, che non mette a tacere la voce singolare dell’autrice.

Neanche con La Chimera, primo suo lavoro con tangibili elementi anche davanti la macchina da presa che guardano all’estero (casting in primis), Alice Rohrwacher perde di vista l’agglomerato di stilemi e contenuti tematici che le sono sempre stati a cuore.

La storia di Arthur (Josh O’Connor), tombarolo inglese dal cuore spezzato e con un dono che lo ha reso il capo della sua banda, consiste nell’ennesimo racconto di un estraneo (esattamente come lo erano anche Corpo Celeste e Lazzaro felice), una figura aliena nel contesto spaziale e temporale in cui sguazza. In questo specifico caso, lo straniamento del protagonista è proprio provocato dal ritrovarsi nel mondo dei vivi, realtà alla quale non si sente di appartenere. Ogni affetto, dalla sua amata Beniamina fino alle reliquie e ai tesori che rintraccia nel sottosuolo, fanno parte di una dimensione “altra”.

Lo “straniero”, come viene soprannominato, nella sua goffa e scomposta figura (Josh O’Connor porta egregiamente sul grande schermo la contrapposizione anche fisica dell’uomo nei confronti dell’ambiente circostante), è semplicemente un individuo intrappolato nella nostalgia. La sua caccia al bene prezioso sepolto è una ricerca effimera, volta sì alla sopravvivenza e al mero collezionismo delle persone al di sopra di lui, ma anche un tentativo di colmare le lacune della sua svuotata esistenza rivolgendosi al meccanismo del ricordo. 

La Chimera è quindi un elogio all’arte e alla pratica dell’archeologia, come recupero di ricordi e civiltà, e al tentativo dei viventi di entrare in contatto con i costumi e con la bellezza del passato. Ma quanto è forzata questa comunicazione? Il passato vuole realmente parlare con il presente?

Il lavoro della Rohrwacher non esprime quindi una tesi così immediata: accanto alla legittimità del creare e conservare ricordi tramite il possesso di oggetti proveniente da un’altra epoca affianca una possibile volontà degli stessi a perdersi, lontani dagli occhi indiscreti di un’umanità incapace di glorificare il passato se non con un fine economico.

L’autrice gioca con i formati, dall’analogico al digitale, dal 35 al 16 millimetri, allo scopo di trasmettere anche formalmente questo interloquire tra passato e presente. Il suo apparire talvolta forzato nel suo rincorrere un’estetica antica e una grana consumata può essere tacciato come intenzione ruffiana, ma al tempo stesso esibisce ancora più chiaramente un istinto quasi primordiale dell’essere vivente di rivolgersi al passato, richiamandone le forme espressive. 

In questa confezione viene condensato anche un esoscheletro narrativo avvicinabile a quello della tradizione statunitense del cinema d’avventura, che vede nella saga di Indiana Jones uno dei più saldi e conosciuti capostipiti. La rilettura di tali codici nel regime dell’opera autoriale porta all’affascinante cortocircuito che è La Chimera: una graziosa finestra su un mondo lontano che porta lo spettatore a interrogarsi sulla potenza corrosiva dello sguardo umano. 

La chimera

Foto: Tempesta/Rai Cinema

Alice Rohrwacher racconta La Chimera: «Volevo un film libero dalle catene delle piattaforme»

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