Tra i (pochissimi) traguardi portati a casa dall’attuale governo c’è il divieto di produrre e distribuire carne coltivata nel nostro paese. Una legge che non rispecchia né l’opinione popolare (sembra che il 55% degli italiani sia in realtà interessato all’acquisto di prodotti di questo tipo), né quella della scienza, visto che la millanta “tutela della salute umana e del patrimonio agroalimentare” ha ben poco a che fare con la coltivazione in laboratorio di bistecche, hamburger e cotolette. Le ragioni sono molte, e in parte ve le abbiamo già raccontate. Ma ce n’è una che forse potrebbe tranquillizzare persino i bellicosi vertici di Coldiretti: i rischi di veder arrivare sulle nostre tavole prodotti di questo tipo in tempi rapidi e a costi competitivi sono pressoché inesistenti. Come molte tecnologie innovative, la carne coltivata è un campo di ricerca vivo, interessante, e dal grande potenziale. Ma che si possa rivelare non solo economicamente sostenibile, ma anche realmente meno inquinante degli allevamenti tradizionali, per ora, è ancora tutto da dimostrare.

Quanto inquina la carne

Che il consumo e il modello attuale di produzione della carne sia un problema per il pianeta è indubbio. Le stime della Fao parlano di oltre 8 gigatonnellate di CO2 prodotte dagli allevamenti intensivi di bestiame in tutto il mondo, pari almeno (alcune stime sono anche più elevate) al 14,5% delle emissioni totali di gas serra provenienti dalle attività umane. Queste cifre prendono in considerazione l’intera filiera agroalimentare collegata alla produzione di alimenti di origine animale, a partire dalle colture utilizzate come mangimi, passando per i gas emessi dagli stessi animali, per le emissioni energetiche necessarie per alimentare gli allevamenti, i mattatoi e la distribuzione del prodotto finito, e via dicendo. In un mondo che deve imparare a inquinare di meno per evitare conseguenze catastrofiche sul clima, è chiaro che cambiare i modi in cui consumiamo e produciamo carni e latticini è una priorità. Il problema è capire come farlo.

Trasformare l’intero genere umano in una specie vegana non è necessariamente la risposta migliore nel breve periodo (anche alimentare a vegetali 8 miliardi di persone presenta le sue difficoltà), né la più semplice. Ed è qui che entra in gioco la carne coltivata: la scienza moderna non ha difficoltà a produrre tessuti biologici in laboratorio. E visto che gli animali sono macchine ben poco efficienti in termini di produzione di calorie per il consumo umano – perché si sono evoluti per vivere, respirare, mangiare, muoversi, riprodursi, e fare un po’ tutto quello che facciamo anche noi consumando, appunto, calorie – eliminarli dall’equazione potrebbe rivelarsi una soluzione vincente. Producendo solamente i tessuti che ci servono in laboratorio, insomma, potremmo avere carne da mangiare investendo meno risorse, inquinando meno, e sollevando molti meno problemi di ordine etico (almeno per chi se li pone). Questa è la teoria, ma come sempre, è quando si passa alla pratica che sorgono i problemi.

Lo ha votato la Camera. Una vittoria per la destra, ma secondo molti una sconfitta per la ricerca e il mercato italiani. Scontro fisico tra Coldiretti, che sostiene il divieto, e +Europa, che lo contesta

Quanto inquina la carne coltivata?

Di carne coltivata si parla ormai da tempo. Ma nonostante l’hype e gli investimenti miliardari degli ultimi anni, gli esempi concreti in campo commerciale sono ancora pochissimi: piccole (chi più, chi meno) start-up, che producono piccole quantità di carne coltivata a prezzi proibitivi per i consumatori (e spesso anche in perdita, pur di ritagliarsi visibilità in un mercato competitivo e in costante crescita). Calcolare quanto inquinino queste aziende per produrre la loro carne coltivata non è facile e non sarebbe giusto, perché ovviamente è passando all’economia di scala che si può valutare il reale impatto di una nuova tecnologia. Quel che è certo è che anche la carne coltivata produce, e produrrà necessariamente anche in futuro, emissioni: i bioreattori in cui vengono coltivati i tessuti cellulari, così come gli ingredienti utilizzati e tutti i macchinari coinvolti nel processo produttivo, producono sostanze inquinanti e richiedono energia per essere alimentati, e in buona parte del pianeta, questa energia la produciamo ancora oggi bruciando combustibili fossili, e quindi emettendo CO2.

Un tentativo recente di valutare l’impatto sul clima di un mercato maturo della carne coltivata arriva dai ricercatori della University of California, Davis (Uc Devis), che hanno utilizzato come bechmark le tecniche di produzione di tessuti coltivati in campo farmaceutico, dove queste tecnologie sono estremamente sviluppate e sottoposte a controlli di qualità paragonabili a quelli che verrebbero richiesti in campo alimentare. La loro valutazione è basata sulla comparazione delle emissioni prodotte per la produzione di carne coltivata e carne allevata nell’intero ciclo vita dei due prodotti, sommando cioè energia, consumi di acqua e materiali necessari per ottenerli, e poi convertendoli in quella che sarebbe la quantità equivalente di CO2, per stimarne l’impatto climatico.

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