Un impiegato soddisfa tutti i desideri del suo capo, ma quando si rifiuta di uccidere un uomo viene licenziato. Una biologa marina torna dal marito dopo che era stata data per morta, ma l’uomo non è convinto che sia davvero lei. Due adepti di una setta devota alla purezza dei liquidi hanno il compito di trovare il Messia, ma finiscono preda delle tentazioni.

Yorgos Lanthimos sta attraversando al contempo la fase più ricca produttivamente, prolifica creativamente e fortunata nell’accoglienza (tra pubblico e premi) della sua carriera, una tripletta che ha benedetto pochi autori così radicali nella storia del cinema. Kinds of Kindness, nuovamente distribuito da Searchlight (cioè da Disney), rappresenta una volta di più quell’”essai per il grande pubblico” di cui il regista greco è il miglior esempio sul mercato, essendo il suo immaginario surreale e perturbante ormai ampiamente sdoganato.

Certo impressiona la stabilità e la ricchezza della sua ispirazione. Come sempre accade nel suo cinema, a essere messe sotto la lente di ingrandimento sono le mostruosità delle dinamiche di potere, le forme di controllo, i rapporti morbosi, gli abusi. Kinds of Kindness è un film a episodi con titoli pretestuosi, ma compatto nei suoi intenti. Il primo episodio racconta un rapporto tossico sul posto di lavoro. Il secondo un rapporto tossico di coppia. Il terzo un rapporto tossico all’interno di una struttura religiosa. I temi sono perfettamente contemporanei e la strategia stilistica è sempre la stessa: la denuncia è congelata dall’umorismo nero ma il materiale resta rivoltante, e la complicità che il film chiede allo spettatore con la sua messa in scena suadente, i suoi siparietti spiazzanti (che hanno molti punti in comune col cinema di Quentin Dupieux) e il suo cinismo ghignante, serve a innescare un meccanismo di dubbio prima e di rifiuto poi. Ascoltando le reazioni in sala, di solito funziona.

Di fronte alle parabole raggelate di Lanthimos, che fanno dell’osceno la norma, lo spettatore deve sempre essere attivo, perché deve sempre affrontare un doppio giudizio: di senso e di morale. E quello che destabilizza, in questo doppio processo, è che il suo cinema non concede mai (con l’eccezione di Povere Creature!, che resta il suo lavoro più mainstream e, appunto, moralista) la catarsi, e si conclude ogni volta con lo stesso twist: sono gli abusanti e non gli abusati a conoscere la verità della storia, a plasmare la realtà. Questo toglie circolarità alle sue parabole e ovvietà alle sue intenzioni, ma non dovrebbe confondere chi rileva il suo cinema. Grande cinema.

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Foto: Searchlight Pictures

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