Il James Webb Space Telescope (Jwst) continua a stupire con le “meraviglie” di cui è capace. Fra le ultime, le 19 foto di galassie a spirale ritratte ad un livello di dettaglio che non ha precedenti. Un po’ come delle enormi girandole, le galassie a spirale, di cui la Via Lattea fa parte, sono caratterizzate da un disco rotante centrale dal quale si dipartono i “bracci” della spirale.

La release di immagini, spiega la Nasa, è frutto del programma Physics at High Angular resolution in Nearby GalaxieS (Phangs), sostenuto da oltre 150 astronomi di tutto il mondo. L’obiettivo del progetto è quello di comprendere come i processi fisici legati alla formazione delle stelle influenzino la struttura e la formazione di galassie, e viceversa.

Prima ancora che il James Webb desse il proprio contributo, Phangs si era “nutrito” dei dati raccolti da altri telescopi, fra cui Hubble, l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (Alma) e il Very Large Telescope (Vlt). E, adesso, le immagini scattate dal James Webb forniscono nuovi e importanti dettagli: “Le nuove immagini di Webb sono straordinarie”, spiega Janice Lee, scienziata presso lo Space Telescope Science Institute di Baltimora (Stati Uniti). “Sono sbalorditive anche per ricercatori che hanno studiato queste stesse galassie per decenni. Bolle e filamenti sono risolti fino alle scale più piccole mai osservate, e raccontano una storia sul ciclo di formazione stellare”.

Il Jwst vede e ritrae il mondo attraverso due occhi: la Near-Infrared Camera (NirCam) e il Mid-Infrared Instrument (Miri). Alla prima dobbiamo i milioni di “puntini blu” che compaiono in queste immagini, e che corrispondono alle stelle più mature. I dati raccolti dal Miri, invece, mostrano la polvere e il gas presenti fra una stella e l’altra. E i puntini rossi all’interno di questi ammassi di polvere stellare, anche questi immortalati dal Miri, corrispondo alle stelle ancora in formazione.

Inoltre, le immagini appena rilasciate mostrano delle specie di buchi all’interno degli ammassi di polvere e gas: “Questi buchi potrebbero essere stati creati dall’esplosione di una o più stelle”, spiega Adam Leroy, docente di astronomia presso la Ohio State University di Columbus (Stati Uniti).

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