TEHERAN — L’orologio su piazza Palestina non gira più. L’avevano inaugurato nel 2017 per segnare il tempo che manca alla “fine di Israele”: più o meno 25 anni, diceva l’ultima volta che si è visto in funzione. Ora è spento, rotto, disattivato, nessuno lo sa nella piazza dei raduni anti-Israele, semideserta in un sabato grigio.

La guerra di Gaza è piombata come una coltre nera sugli iraniani già dolenti. La solidarietà con i palestinesi, quella non è in discussione. Anche tra i riformisti. È la politica che separa. Shahrokh, 54 anni, impiegato in un’agenzia di viaggi, offre le sue certezze: «Stiamo difendendo un popolo oppresso e per questo contro di noi si sono mosse le grandi potenze che vogliono dominare il Medio Oriente. Ma siamo forti e l’America lo sa, non ci attaccheranno». Pochi passi, un’altra prospettiva. «Una guerra regionale non ci sarà – dice Hassan, ingegnere informatico, 42 anni, riformista e astensionista – perché l’economia iraniana non potrebbe sostenerla, e poi sono bravi a fare la guerra per procura».

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La strage del pane, più di 100 palestinesi massacrati mentre cercavano farina, inonda i giornali e le tv di stato. «La Palestina rappresenta la bussola morale per l’umanità, l’etica e la coscienza della comunità globale», dice il presidente ultraconservatore Raisi dall’Algeria. Quanto accade è il segno del collasso della civiltà occidentale, tuona la Guida Suprema, Ali Khamenei. Kayhan, il quotidiano ultraconservatore espressione dell’ufficio del Leader, rincara: la guerra di Gaza spiega perché “da 45 anni l’Iran dice che Israele è un cancro che va esportato dalla regione”.

Foto Gabriella Colarusso 

Teheran retrovia e collante. I media conservatori illustrano la strategia: Vahdat-e-Mayadeen, l’ “unità dei fronti”, ovvero “il coinvolgimento limitato ma progressivo di tutte le realtà della resistenza” contro Israele, scrive Fars News. In 40 anni di penetrazione in Medio Oriente l’Iran ha finanziato, armato e addestrato una rete di alleati, dal Libano di Hezbollah allo Yemen degli Houti alla Gaza di Hamas, ma rivendica per ognuno di questi attori autonomia nell’azione. Sempre Fars: il conflitto è “asimmetrico”, bisogna “concentrarsi sui punti deboli del nemico e contrastarli al momento e nel posto giusto”. Dal sostegno di intelligence, agli attacchi contro le basi militari americane si è passati al livello più alto: il blocco di fatto “dello stretto di Bab al-Mandab” alle navi “dirette in Palestina”. La guerra di Gaza ha ridisegnato anche le gerarchie interne al fronte. La scoperta degli Houti come avanguardia della “resistenza”. “Lo Yemen ha avuto il ruolo più importante, perché è stato in grado di globalizzare” la crisi, “le conseguenze dell’aggressione di Israele e dell’America a Gaza”.

Ora per Teheran è iniziata una sorta di fase tre, un Vahdat-e-Mayadeen diplomatico nel tentativo di costruire un fronte alternativo a quello guidato dagli americani. Oggi il ministro degli Esteri Amir Abdollahian partirà per l’Arabia Saudita, martedì c’è un il summit dell’ organizzazione per la cooperazione islamica. Lo spazio di manovra è quella che gli iraniani considerano «la crisi di legittimità dell’Occidente che appoggia Israele». Ancora Kayhan. “Israele si è trasformato da soluzione auspicabile” per garantire gli interessi dell’Occidente nella regione a “problema strategico”. L’opposizione alla guerra monta, per Biden è ogni giorno più insostenibile mentre “Netanyahu non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si poneva – prosegue il quotidiano. Se la guerra si fermasse quando gli ostaggi sono ancora a Gaza sarebbe una sconfitta per lui”.

Le autorità iraniane sanno che l’opposizione alla guerra è diffusa anche tra gli iraniani di ogni credo. Irash lo incontriamo in piazza Vanak, ha 77 anni, riformista, non ha votato. “Ai tempi di Nixon e Krushev gli iraniani stavano con Nixon – si amareggia – ora sono infuriati per il sostegno incondizionato a Israele”.

«L’Iran vuole il cessate il fuoco permanente, nessuna tregua temporanea», ci spiega un attento analista della politica estera della Repubblica Islamica, che preferisce non comparire con il suo nome. «Per il dopo, la linea rossa è la Resistenza». Significa che in «qualsiasi governo o amministrazione palestinese non potrà non esserci Hamas». Quale Hamas è da vedere, perché nel gruppo armato palestinese ci sono diverse anime, e non tutte in sintonia con Teheran. L’obiettivo finale però per la Repubblica islamica resta quello di sempre, chiarisce Mohammad Bahrainian, vice-direttore del quotidiano conservatore Ressalat. «Un referendum per formare un unico Stato in tutti i territori della Palestina».

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