C’era molta curiosità attorno a Il Colore Viola, visto quanto la cinematografia americana negli ultimi anni ha spesso definito magnifici film alquanto divisivi, spesso solamente in virtù della loro ammirevole natura di opera civile. Questa seconda trasposizione del celebre romanzo di Alice Walker, prodotta da Steven Spielberg, ha sicuramente più di qualcosa da dire e da dare, ma appare dibattersi tra diverse finalità ed identità.

Un musical su uno dei romanzi americani più importanti di sempre

Il Colore Viola come noto era stato portato su grande schermo proprio da lui, da Steven Spielberg, che in quel 1985 aveva firmato uno dei suoi film più coraggiosi, più difficili, duri e impegnati. Fu senza ombra di dubbio il film che contribuì a rivelare al mondo il talento di interprete di Whoopi Goldberg, e a parlare in modo molto più intimo, storicamente accurato e duro, della realtà della comunità fra americana vista dall’interno, sancendo un precedente che purtroppo, non fu premiato come meritava dall’Academy: ben 11 Nominations e manco una statuetta. Ora però, a quasi 40 anni di distanza, è Blitz Bazawule a raccogliere la sfida, partendo da un musical che a Broadway nel 2005, fece furore. E quindi eccoci di nuovo dopo tanto tempo in quella Georgia dei primi del ‘900, in quel Sud dove essere nero era la peggior maledizione possibile, ed essere una donna nera era quasi una condanna a vita. Il Colore Viola sposa fin da subito una dimensione cromatica color pastello, non così eccessiva o sparata per fortuna come quelle di Till o Gli Stati Uniti contro Billie Holiday. Il film riesce a porsi come perfetta mediazione tra realismo e fantasia, mentre ci parla delle disavventure capitate alla giovane Celie (Fantasia Barrino da adulta, Phylicia Mpasi da giovane), cresciuta in un contesto familiare fatto di abusi, violenza e maltrattamenti continui.

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La sua sorte non pare affatto migliorare quando il malvagio padre Alfonso (Deon Cole), la dà in sposa come merce a Albert “Mister” Johnson (Colman Domingo), agricoltore alcolizzato, donnaiolo e manesco. Già padre di tre figli, Mister separerà Celie dell’amata sorella Nettie (Halle Bailey) e per la giovane donna, comincerà un lungo calvario, dove alla volontà di libertà, di emancipazione, si contrapporrà una realtà arretrata, maschilista, patriarcale e naturalmente razzista, lì nella Georgia dove vige la segregazione più brutale. Il Colore Viola ha due grandi frecce al proprio arco: la musiche di Kris Bowers e una perfetta prova del cast, anche nei personaggi di contorno. Diverse canzoni dello show di Broadway sono recuperate, ma fatto ancora più importante, il film si fa forza di contributi musicali firmati da artisti del calibro di Alicia Keys, Usher, Mary J. Blige, Jennifer Hudson, Tamela Mann, Mörda, Brenden Praise, Missy Elliott e tanti altri. Il risultato musicale ed anche coreografico è armonioso, certo forse manca un acuto, un elemento portante, ma la qualità rimane altissima. Lo stesso dicasi per costumi, scenografie, per una regia di Bazawule in realtà anche più sobria di quanto ci si potesse aspettare. Tuttavia, Il Colore Viola ammorbidisce fin troppo la trama originale, ha quasi pudore a darci quello sguardo dolente e realistico sulla vita dei suoi protagonisti, errore che un grande musical come I Miserabili per esempio non commise. Il perché di questa scelta rimane un mistero.

Un cast perfetto e tanta energia, ma manca la verità

Il Colore Viola diventa una sorta di diario di violenza, soprusi, dominato dopo la prima mezz’ora da una Fantasia Barrino semplicemente magnifica. Al suo fianco una forse ancor più straordinaria Danielle Brooks, nei panni dell’amica Sofia, donna ironica, ribelle e indomita. Come sia stato possibile per l’Academy, di fronte alla performance della Barrino, non farle spazio tra le candidate, ha generato più di qualche comprensibile polemica negli States. Certo, come successo con Barbie, c’è da tener presente la grandissima concorrenza di quest’anno. Per fortuna che c’è la Brooks almeno, così come sarebbe stato corretto vedervi Colman Domingo, che fa del suo “Mister” un concentrato del peggio del maschilismo in ogni senso, a dispetto della redenzione finale. Grande performance di un attore a lungo sottovalutato, che sempre quest’anno è meritatamente candidato come Protagonista agli Oscar per Rustin. Il resto del cast si muove con grande impegno e intensità, ma non si può tacere dello squilibrio della sceneggiatura, che appare troppo soft, sovente impacciata soprattutto nel finale, dove non mette a fuoco la sofferenza di quel mondo con la giusta attenzione. Peccato, perché Il Colore Viola nel 1985 fu capace di portarci dentro anche quel machismo e quella visione del rapporto tra i sessi, che ancora oggi è un nodo cruciale della comunità afroamericana, di cui si è dibattuto anche in occasione del celebre schiaffo di Will Smith nella notte degli Oscar.

Nelson Mandela nel 1999

Nel decimo anniversario della morte, ricordiamo la sua battaglia contro l’apartheid in Sudafrica, che lo ha portato alla leadership del Paese e gli è valsa il premio Nobel per la pace

Il Colore Viola non approfondisce nessuno dei temi principali in modo veramente articolato, si accontenta di creare qualche elegante pennellata, sovente convertendosi in sorta di bignami dell’opera originale. Il film di Spielberg anche in questo, fu immensamente superiore, e non è che la natura di musical possa essere un alibi, anzi era un’arma in più da questo punto di vista. Il finale è molto accelerato, retorico e pomposo, cerca una commozione che è di maniera, ma il film in sé è comunque un’opera perfetta per il grande pubblico, soprattutto quello di Oltreoceano. Sarebbe interessante vedere una Director’s Cut, perché la sensazione di un montaggio non all’altezza del materiale complessivo è molto forte. Difficile capire se e quanto questo film lascerà il segno, la nuova cinematografia americana votata alla blaxploitation sta sfornando film ad alto budget a gettito crescente. Ma forse, forse, sarebbe meglio concentrarsi su una qualità più alta e di maggior impatto trasversale possibile, piuttosto che su film che bene o male raggiungono grosso modo sempre lo stesso pubblico, con lo stesso ritmo, atmosfere ed estetica. Da questo punto di vista, Il Colore Viola non aggiunge nulla di nuovo, forse qualcosa di più raffinato come caratura artistica, ma il premio Pulitzer 1983 avrebbe meritato qualcosa di diverso.

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