Il film è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes 2022, dove ha vinto il premio FIPRESCI Un Certain Regard. La recensione di Il caftano blu di Federico Gironi.

Sulla carta Il caftano blu ha una sinossi molto semplice, che dovrebbe o potrebbe spingere verso uno sviluppo e una conclusione scontate.
Il protagonista è Halim, un maleem, un maestro sarto che realizza caftani tradizionali. Gestisce la sua bottega nella medina della città marocchina di Salé con la moglie Mina, che è malata, ma determinata a stare vicina al marito e a non lasciare il lavoro. Per far fronte alle richieste di clienti sempre più frettolosi e impazienti, Halim e Mina prendono come apprendista e aiutante il giovane Youssef, che si appassiona all’arte del ricamo e della sartoria, ma che diviene anche una sorta di minaccia alla coppia, suscitando il commosso interesse di Halim e la preoccupazione di Mina, che ha sempre fatto finta di ignorare l’omosessualità più o meno nascosta e repressa del marito.

Ora, sulla base di questo assunto di partenza, sarebbe ed è facile appunto prevedere molte delle traiettorie narrative del film. E pur tuttavia, quello di Maryam Touzani è un film che riesce a sorprendere, e a regalare allo spettatore una serie di risvolti e di considerazioni che sono tutt’altro che facili e scontati.
Prima di tutto, pur essendo ovviamente un elemento centrale, credo che sia fortemente riduttivo vedere nel Il caftano blu un film queer, se questo significa ritenere che la tematica queer sia la centrale, destinata a mangiarsi tutto quello che ha intorno con la sua rilevanza politica.
No: sono fortemente convinto che quello di Touzani sia un film che parla (anche) di altro. È un film, ovviamente, sull’amore in senso ampio e complesso, su varie tipologie di amore possibili, e non necessariamente legate alla sessualità, ma prima ancora è un film che parla di purezza, di dignità, di rispetto di sé e degli altri, di dovere e di altruismo.
Un film che, in maniera ampia, articolata e mai superficiale, ragiona anche su una sorta di resistenza alle tante piccole e grandi violenze della società, che questo significhi tutelare i tempi e i modi del proprio lavoro o imparare a vivere la vita nel rispetto di ciò che si è e si desidera.

Aiutata dai suoi attori (senza nulla togliere a Ayoub Messioui, l’interprete di Youssef, Lubna Azabal e Saleh Bakri sono eccezionali nei panni di Mina e Halim), Maryam Touzani gira un film che rispecchia formalmente tutto quello che esiste e si agita sul piano del contenuto.
Il suo è un cinema elegantissimo e sinuoso, impreziosito dai dettagli unici, come i caftani di Halim (e se proprio dobbiamo trovare un difetto, in fondo assai poco rilevante, magari c’è un pizzico di estetizzazione di troppo qui e lì). Il caftano blu è un film fatto di silenzi, di piccoli gesti, di sguardi e movimenti. Di sentimenti che vengono espressi in maniera dapprima sorda, e obliqua, e che man mano che le vicende vanno avanti imparano a conquistare la libertà e la sicurezza che meritano: agli occhi e dei cuori di chi li prova così come di coloro i quali assistono.
L’evoluzione del triangolo formato dai tre protagonisti, il suo progressivo aggiustamento che va nella direzione di una solidità fatta di comprensione e intimità è commovente, così come lo è il gesto finale di Halim: che in un film fatto di gesti piccoli e privati, assume una dimensione pubblica e grande, ma mai aggressiva, mai rabbiosa, mai rivendicativa.
È un altro dei meriti del Caftano blu: l’aver mostrato che si può fare e lottare e essere anche in una maniera dolce, garbata, gentile, ma non per questo meno efficace.
Distante dalla frenesia e dall’ansia spesso inutilmente rivendicativa dei tempi che viviamo.

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