Seconda parte del dittico ad alto budget iniziato con I Tre Moschettieri: D’Artagnan, il film conclude – forse – l’adattamento del libro di Alexandre Dumas ma spalanca le porte a quello che già viene definito il Dumas Cinematic Universe. La recensione di Federico Gironi.

Lì, da dove eravamo rimasti, riprendiamo.
Riprendiamo dal 1627, dai complotti contro Luigi XIII, da Constance che è stata rapita per aver visto qualcosa che non doveva vedere, dal ruolo ambiguo del cardinale Richelieu e della sua spietata agente, Milady de Winter. Da una guerra civile che è alle porte che appare inevitabile.
La guerra che scoppia, in I Tre Moschettieri: Milady, e che contribuisce a rendere il tono del film più teso, frenetico, più cupo di quello della prima parte del dittico di cui è parte.
È un film di preoccupazioni, questo. Quella di D’Artagnan per la sua amata Constance, di Athos per la scoperta che sua moglie è ancora viva. Anche Aramis ha qualche problemuccio familiare da risolvere, ma a lui e Porthos sono destinati i momenti più leggeri del film, quelli che regalano respiro, che stemperano tensioni, aprono il sorriso. Preoccupato è il Re per il futuro del suo paese, come lo è, a modo suo, il cardinale che sembra essergli nemico.
C’è un costante viaggiare, duellare, guerreggiare, lottare contro il tempo, in I Tre Moschettieri: Milady. Un costante stare sul filo del rasoio.
Ma se le tensioni sono di tutti, il film – c’è poco da fare, anche perché il titolo stesso non lascia scampo – è tutto di Milady de Winter, della Milady di Eva Green, capace di turbare il giovane D’Artagnan, di tramare e di ingannare, di seminare la morte ben più di quanto già non abbia fatto in precedenza.

Le esigenze del femminismo nostrano non hanno intaccato la natura di un personaggio che, fino all’ultimo, mantiene un carattere spietato, e una ferocia frutto del suo disperato attaccamento alla vita. Perfetta nella parte come nel primo film – come peraltro il resto del cast – Eva Green ammanta di una malinconia gotica e sofferente questo suo personaggio seducente, spregiudicato, che anche nell’unico momento in cui pare aprirsi alla compassione, e a un senso di sorellanza, lo fa in maniera ambigua, e con esiti – forse involontariamente, ma poco importa – letali.
Il destino di Milady, come quello di Constance, sono due dei più significativi tradimenti del testo di Dumas compiuti dagli sceneggiatori Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière, e dal regista Martin Bourboulon. Tradimenti che vanno nella direzione di una complessità più contemporanea, e di un taglio mélo che qui, in I Tre Moschettieri: Milady, è ben più evidente che non in I Tre Moschettieri: D’Artagnan, di cui riprende buona parte dei pregi evidenziati all’epoca nella recensione di quel film.

Contemporaneo, anche se in altra direzione, è anche l’ingresso nella storia – ai margini, ma significativo – del primo moschettiere nero della Storia, Hannibal, principe africano figlioccio del Re di Francia.
A lui, e a una origin story di Milady saranno dedicate due serie televisive appartenenti a quello che in Francia, oramai, chiamano apertamente il Dumas Cinematic Universe, e che sul grande schermo proseguirà con una versione del Conte di Montecristo scritta, e questa volta anche diretta da Delaporte e de la Patellière, con anche Pierfrancesco Favino coinvolto nel cast.
Perché, ed era chiaro e dichiarato già dal precedente D’Artagnan, questo film è parte di un progetto industriale di grande sostanza, e di evidente scaltrezza nella sua capacità di essere grande prodotto di consumo senza per questo calare le braghe, e cedere al baracconismo eccessivo che, oramai, sembra funzionare poco anche nei corrispettivi hollywoodiani.

Anche in I Tre Moschettieri: Milady, comunque, le scene basate sul pathos e sul melodramma funzionano meglio di quelle spettacolari che, complice la cornice bellica, hanno una loro importanza e una loro chiara dignità cinematografica. Però – ed è certamente un pregio, questo – è evidente che il cuore di questo film stia tutto nel suo elemento umano, nei tormenti amorosi, nelle psicologie ferite di tanti personaggi, compreso quell’Athos che è forse eccessivamente sacrificato sull’altare della gioventù di D’Artagnan e del bel visetto di François Civil.
Ma il punto, anche questo assai contemporaneo, rimane lo stesso: nel caos generato da rivalità, complotti, trame, intrighi, guerre e scontri singolari e collettivi, un caos che non è molto distante da quello che viviamo fuori dalle sale cinematografiche, l’argine va cercato negli esseri umani, nella loro rettitudine, nel loro coraggio, nel loro spirito di sacrificio.
Che poi la conclusione di questo Milady lasci una porta aperta sul misterioso destino di un personaggio centrale, è forse un teaser fin troppo sfacciato riguardo possibili piani futuri, ma non per questo poco riuscito. E, a modo suo, perfino allettante.

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