È regista e sceneggiatore dei Delitti del BarLume da undici anni, in America si direbbe showrunner. Stasera va in onda La girata, secondo dei tre film dell’anno, e abbiamo intervistato Roan Johnson. Pensare che era iniziata male, e quanto si lamentava Filippo Timi.

È arrivato il secondo anno, Roan Johnson. Undici anni dopo, I delitti del BarLume sono sempre un appuntamento di culto per il pubblico di Sky, con la costante del regista toscano a guidare scrittura e regia. Come ci ha detto in un incontro via zoom, “una durata rarissima, che ci ha permesso di migliorare, sapendo che per i nostri spettatori è un appuntamento rituale in cui attendono alcune cose, come il monologo alla fine”. 

Stasera, venerdì 19 gennaio, andrà in onda il primo passaggio del secondo film (guai a dir serie) dell’anno, La girata, su Sky Cinema e in streaming su NOW. Una produzione Sky Original prodotta da Sky Studios e Palomar, liberamente ispirata al mondo della serie I delitti del BarLume di Marco Malvaldi (edito da Sellerio). Nel film, diretto da Milena Cocozza, tutta Pineta è scossa da un’ondata di multe inaspettate richiesta dal sindaco Pasquali (Corrado Guzzanti), in cerca di un modo per rimediare ai suoi stessi errori e salvare il concerto dell’estate. Con il BarLume sotto scacco in piena stagione e il divieto di mettere tavolini fuori, Tizi (Enrica Guidi) e Beppe (Stefano Fresi) cercano una soluzione per pagare le folli imposte richieste dal comune. Mentre Massimo (Filippo Timi), partecipando a una caccia al cinghiale, si ritrova coinvolto ancora una volta in un curioso e complicato caso di omicidio insieme al Commissario Fusco (Lucia Mascino). 

Roan Johnson, oramai siete una famiglia consolidata, dove trovate l’energia di ritrovarvi senza farla diventare una routine?

Con il passare degli anni o aumentano i nervosismi e le varie tensioni caratteriali o invece si sta sempre meglio, noi abbiamo avuto la fortuna di questa seconda ipotesi. Da parte mia nella scrittura il divertimento continua ad essere pieno, perché c’è sempre una questione da risolvere, sia per non essere troppo ripetitivi, perché devi incastrare un attore che c’è meno o affrontare questioni logistiche. Per esempio, questa stagione parte senza la casa di Pasquali perché i ragazzi l’hanno venduta. Nella realtà è arrivato un olandese che ha cacciato non so quanti soldi e se l’è comprata, non permettendoci più di girare. Quindi partiamo con all’inizio l’arrivo della figlia del proprietario di casa che è morto. Sul set invece io la ripetitività la soffro di più, abbiamo girato tanto, gli attori sono consolidati, tutto è impostato. Anche per questo mi sono venuti in aiuto sia Milena Cocozza, che ha girato una puntata, che Marco Teti. Tento di rendere anche il set un momento di creatività, siamo così solidi che possiamo improvvisare.

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BarLume specchio dell’Italia, con vizi e virtù, dice Filippo Timi.

Lo è forse sempre di più, abbiamo avuto un sindaco poi un ministro degli interni, la polizia, varie istituzioni. È diventata anche una satira sociale, è una cosa che ci diverte molto e la nostra longevità ci ha permesso di raccontare il paese. Basti pensare al covid, ci siamo detti di raccontarlo facendo una risata per esorcizzarlo. Quando possiamo facciamo battute anche legate all’attualità. Nonostante Pineta sia immaginaria ha un’attinenza forte con il paese reale. Poi ci sono le piccolezze umane e i tic dei personaggi fissi e di quelli di puntata. Facendo ora tre episodi all’anno abbiamo la possibilità di raccontare maggiormente le parabole dei singoli personaggi, mettendoli spesso alla prova in dilemmi esistenziali. Mettere nella merda i personaggi è favoloso.

Gli attori sono veramente ormai coautori? C he contributo danno, quando gli vengono mandati i copioni?

La struttura è solida, non l’abbiamo mai cambiata. Quello che può variare nella singola scena è la battuta, che poi è uno dei misteri della comicità. Vedi una cosa che scritta ti faceva ridere e poi recitata non funziona. Sarà perché l’hai sentita troppe volte e ora non fa più ridere? Sono dinamiche veramente sottili e difficili da capire. Può bastare una parola che cambia o l’attore che mette qualcosa in più per farla diventare di nuovo molto divertente. È la parte sempre nuova anche girando, quella di trovare la comicità con gli attori nella scena. Siamo ormai alla dodicesima stagione, ci possiamo permettere di raccontare anche qualche dietro le quinte non buono. Ora abbiamo quattordici personaggi fissi, e spesso so già che arriverà a un certo punto una telefonata o un’email di qualcuno che dice ‘ah, ma questa stagione faccio la spalla, non mi volete più bene’. È una continua rincorsa a rassicurarli. 

Dopo tanti anni ci saranno stati dei momenti difficili, come si superano?

Abbiamo avuto una fortuna, ci sono capitati dei casini veramente grossi, alcuni non si possono ancora dire. Non è che il protagonista è sparito a un certo punto per fare una cosa mai vista. Poi c’è stato il covid. Due o tre momenti, arrivato proprio quando avremmo potuto sederci sugli allori, siamo stati costretti nostro malgrado a fare salti carpiati per rimanere in piedi. Le prime stagioni sono state dure, ci hanno fatto un mazzo così. Filippo Timi, per esempio, non era contento e rompeva i coglioni tantissimo. Poi le cose sono andate sempre meglio, siamo come il colonnello Kurtz dell’Elba. Se nessuno ci viene a prendere continuiamo a girare sul monte Capanne, dispersi nel bosco. Questi passaggi ci hanno aiutati molto, poi le tre puntate hanno cambiato il modo di girare le stagioni, regalando degli archi narrativi più complessi ai personaggi. Io iniziavo ad andare sul set come si va in gita, che va bene fino a un certo punto. Allora ho dato responsabilità ad altri registi, respirando un po’. Girare ogni settimana anche il sabato è veramente un massacro. Quest’anno me la sono goduta molto di più. Mi sono fatto più bagni, che è fondamentale.

Il cinema per te rimane lì che ogni tanto ti bussa chiedendoti come va, giusto? A parte gli scherzi, quanto hai voglia di tornare a dedicarti al cinema?

Nel mezzo del Barlume sono riuscito a dirigere Piuma e State a casa. Però effettivamente è una cosa che mi manca molto, vorrei farlo di più. L’industria si è spostata pesantemente sulla serialità, è oggettivamente più difficile fare qualcosa che venga poi vista. Detto questo sono un grande fruitore di serie, che penso piacciano più agli sceneggiatori che ai registi. Ho diversi progetti nel cassetto per il cinema, comunque. Mi sono anche detto, però, di farlo per bene, non tanto per fare.

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