DUBAI – The man of the match: se Cop28 fosse una finale di calcio, Sultan Al Jaber sarebbe decisamente l’uomo-partita. Uno di quelli che, nonostante critiche e contestazioni, nei minuti finali assesta il colpo del fuoriclasse. Al Jaber è entrato 15 giorni fa nella Dubai Expo City, sede della 28esima Conferenza Onu sul clima, come il “petroliere cattivo”, ne esce ora da eroe. E’ stato capace di trasformare questa Cop in un evento storico, “la più importante dopo quella di Parigi del 2015″ è il giudizio unanime dei veterani. E’ riuscito, nonostante il colossale conflitto di interessi (ministro nel governo degli Emirati e ad della compagnia petrolifera nazionale) e far passare, prima volta nella storia, una formula che sancisce l’inizio della fine dei combustibili fossili.

Cinquant’anni compiuti lo scorso agosto, Al Jaber è un ingegnere chimico. E i suoi studi in California furono finanziati da Adnoc, la compagnia petrolifera di Stato che oggi dirige. Ma il suo esordio da manager, nel 2006, non ha a che fare con il greggio, anzi: fonda Masdar, società specializzata in energie rinnovabili, di cui ancora oggi è presidente. L’ottobre scorso, in una intervista a Repubblica, ricordava: “Produciamo fotovoltaico, eolico, geotermico, idroelettrico. Abbiamo 25 gigawatt di potenza operativa, con l’obiettivo di raggiungere 100 gigawatt nel 2030. E nel 2009 ho sostenuto la campagna per portare negli Emirati l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena)”. E il ruolo in Adnoc? “Sono stato chiamato per trasformare la compagnia, decarbonizzarla, e prepararla al futuro. Ed è esattamente quello che ho fatto. Oggi Adnoc produce il petrolio a più bassa intensità carbonica al mondo: 7 chilogrammi al barile. Nelle nostre operazioni petrolifere non consumiamo petrolio o gas, ma elettricità prodotta con il fotovoltaico o con il nucleare”.

I dubbi sono rimasti, soprattutto dopo gli scoop dei media britannici, a Cop28 iniziata. La Bbc svela che Al Jaber avrebbe usato il suo ruolo di presidente della Conferenza per vendere il petrolio emiratino. Il Guardian diffonde una registrazione in cui lui sembra negare il legame scientifico tra uso dei combustibili fossili e innalzamento delle temperature. Sultan Al Jaber corre ai ripari convocando una conferenza stampa: si trova di fronte un plotone di centinaia di giornalisti (4.000 quelli accreditati da tutto il mondo), telecamere e taccuini. E’ il momento più difficile per l’uomo che da due anni sta lavorando alla riuscita si questo evento.
Una grande operazione diplomatica che già nei primi giorni di Cop28 aveva portato a risultati importanti, come il via libera definitivo al fondo per il Loss and Damage, varato lo scorso anno a Sharm El Sheik. O la mobilitazione di oltre 83 miliardi di dollari in nuovi impegni finanziari. O ancora il via libera alla triplicazione delle rinnovabili e al raddoppio dell’efficienza energetica.

Ma quando si arriva al nodo cruciale, quello dei combustibili fossili, tutto si ferma. Pesano i sospetti di conflitto di interessi e il pressing della vicina e potente Arabia Saudita.

E’ allora che Sultan Al Jaber mette in scena il suo colpo di teatro: il Majlis. Convoca i ministri dei quasi 200 Paesi presenti e li dispone in cerchio perché parlino liberamente come in una assemblea tradizionale araba. “Lì ho sentito che ci sarebbe stata una svolta nei negoziati”, confessa ad accordo approvato. “Ci siamo riconnessi con il nostro spirito di collaborazione. Ciascuno è uscito dalla sua comfort zone. E ha iniziato a parlare con l’altro, dal cuore”.

Più prosaicamente, Al Jaber deve aver “convinto” i sauditi che il percorso di de-petrolizzazione del mondo è irreversibile. E che conviene cavalcare il cambiamento, come fanno gli Emirati, piuttosto che farsene travolgere. Dopo le tante critiche ricevute, fine match ha potuto rispolverare il suo motto: “Noi siamo quello che facciamo, non quello che diciamo”.

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