In questi giorni ho notato un fenomeno inquietante e ho chiesto conferma ad amici per essere sicuro che non fosse una mia fantasia: le foto di Chiara Ferragni sono cambiate! Sembrano diverse. Da quando le vicende giudiziarie della Ferragni sono diventate di dominio pubblico, tutte le fotografie in cui lei si era sempre mostrata splendida e perfetta sembrano sottilmente diverse. È una differenza difficile da indicare … eppure. La linea del viso sembra più sottile, il naso più incerto, i capelli meno brillanti, il biondo non più dorato, ma giallo. Le fossette del viso non più accattivanti. Addirittura vestiti e accessori sembrano aver perso quell’aura di eleganza e di preziosità che ne aveva sempre contraddistinto l’immagine pubblica. Capiamoci bene. So benissimo che le foto non sono state sostituite. So che i file sui siti di gossip, moda e sono esattamente gli stessi, ma è innegabile che sembrino diversi (e non solo a me!). E forse, come cercherò di spiegare, in un certo senso sono diversi.

L’alterazione di un’immagine pubblica

Anche se fosse soltanto una perturbazione temporanea del paesaggio fenomenologico dei media, è comunque qualcosa su cui vale la pensa soffermarsi. Premetto che non voglio addentrarmi nelle valutazioni etico-sociali sulle vicende dei Ferragnez, ma piuttosto osservare qualcosa di più ampio: la fenomenologia delle immagini e dei media non è assoluta, ma dipende dal contesto. Un’icona non ha valore in sé, ma relativamente al suo mondo. E noi – poveri spettatori sprovveduti del mondo dei media – siamo a nostra volta costituiti dal contesto. Noi siamo il paesaggio dove le icone salgono e rotolano.

Ma torniamo al caso della Ferragni, anzi alle sue immagini pubbliche. Il punto è che è come se fossero cambiate retroattivamente. E perché? Perché siamo cambiati noi. La vicenda ha cambiato il paesaggio mediatico ed esistenziale, ha modificato la sensibilità delle persone verso il lusso e la comunicazione fine a se stessa. Almeno per qualche settimana. Non è del tutto improprio parlare di una caduta degli dei. È la fine di una religione mediatica basata sull’ostentazione del successo fine a se stessa.

La penetrazione cognitiva

A prescindere dal fatto personale, la vicenda di Chiara Ferragni è una parabola esemplare di questi anni dominati dal circo comunicativo e mostra come noi – e il mondo che ci circonda – non siamo punti isolati ma coincidiamo con una rete di rapporti. Una buona analogia è offerta dal valore di titoli e obbligazioni che teniamo ben protette. Eppure, anche se nessuno le tocca il loro valore reale può cambiare notte tempo. Da un punto di vista iconico la vicenda Ferragni è un caso perfetto di quel fenomeno che in filosofia si chiama “penetrazione cognitiva”: non vediamo solo colori e figure, ma giudizi e valori. In questo caso, la sua immagine non era esclusivamente estetica, ma comprendeva anche giudizi etico-sociali. D’altronde lei stessa ne era ben consapevole se si considera la torsione etica della sua strategia comunicativa.

Mi immagino che lo stesso sia successo alle statue degli imperatori romani, ai templi del passato, ai simboli runici, ai simboli dei regimi totalitari e, oggi, alle icone del media biz. Il potere di queste immagini (di cui hanno parlato diffusamente autori come David Freedberg, Martin Kemps, Hans Belting) si regge su un contratto implicito tra gli spettatori e il mondo. È come la corona del re. Non è preziosa, ma rende visibile il potere, ma solo se il re o la regina hanno una vera aura. I santi per secoli sono stati dipinti con dischi d’oro in testa, le aureole, che non erano la santità, ma la manifestavano. La corona rende visibile l’aura, ma se l’aura non c’è più, quello è solo un disco di metallo che noi, dopo secoli, vediamo ossidarsi lentamente dentro la teca di qualche museo e non possiamo più comprenderne il fascino. Il trucco e i vestiti eleganti rendono visibile l’aura Ferragni, ma se quella non c’è più, diventano solo uno strato di colore sulla pelle di una ragazza come tante altre. Quando l’inflazione colpisce una valuta, diventa solo carta.

Oro e realtà

Non è un caso che, a tutt’oggi, la Ferragni e il mondo della moda, continuano a fare un uso smodato dell’oro: Oro e diamanti non brillano di luce propria. L’oro è sintomo di valore, ma non è valore in se stesso. In un film della mia adolescenza, Indiana Jones e l’ultima crociata, l’indomito archeologo deve capire quale è il santo Graal scegliendo tra due boccali: uno d’oro zecchino e uno di legno semplice. Ovviamente, il vero Santo Graal non ha bisogno dell’oro. Il suo valore non ha bisogno di apparire.

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