Lo strappo sul Mes avrà pesanti conseguenze di lungo termine. Parola di Lorenzo Bini Smaghi, economista e banchiere di scuola internazionale, già nel board della Bce e oggi presidente della Société Générale: «L’Unione europea si basa sulla fiducia soprattutto negli impegni presi e sottoscritti».

Come si spiega il no al Mes quando il consenso sembrava acquisito?

«È inspiegabile. L’accordo sul Mes era stato firmato dal governo Conte 1. Ora il M5S e la Lega, che sostenevano quel governo, votano contro la ratifica. Poi il governo Meloni aveva annunciato che la ratifica del Mes avrebbe fatto parte di un pacchetto, insieme alla riforma del Patto, ma alla fine si è firmato quest’ultimo ma non il Mes. Il danno principale è all’affidabilità del paese».

La mentalità del “pacchetto” quali conseguenze nefaste può portare?

«Se questa è la strategia negoziale dell’Italia in Europa, gli altri si adegueranno. E su molti dossier, a cominciare da quello sull’immigrazione o degli aiuti di Stato, per non parlare del Pnrr dove ci sono stati riconosciuti ben 50 miliardi a fondo perduto, come facciamo a chiedere la solidarietà se siamo i primi a negarla? Non ci sorprendiamo poi che altri, in particolare Francia e Germania, si mettano d’accordo prima tra di loro senza coinvolgerci».

Il voto sul Mes è stata una ritorsione per un Patto di stabilità insoddisfacente, anche se in verità era stato venduto come un successo?

«La riforma del Patto è stata firmata dal ministro Giorgetti. Significa che all’Italia andava bene e che ha ottenuto ciò che voleva, anche se si tratta di un compromesso. Ci si era impegnati a firmare il Mes una volta raggiunto l’accordo sul nuovo Patto. Non farlo non può che compromettere la nostra credibilità e alla fine significa fare un danno a se stessi».

Fino a che punto i partner e la Commissione sono “irritati” per il mancato ok? Davvero fra qualche mese si potrà riaprire la partita?

«Se ci si mette nei panni dei nostri partner non si può che rimanere sconcertati. Anche perché nel negoziato sul Mes alcuni avevano accettato il compromesso partendo da posizioni molto diverse dalle nostre. Il rischio è che si riducano i nostri margini negoziali su altri dossier importanti, perché le nostre controparti non si fidano più dell’Italia».

I mercati “ce la faranno pagare” come avrebbe detto Giorgetti, o le paure sono sopravvalutate?

«Il Mes è un’assicurazione, da attivare in caso di incidente grave. Fin quando l’incidente non arriva, può sembrare che l’assicurazione non serva. Ma non avere nessuna assicurazione può alimentare le paure in caso di instabilità finanziaria e favorire la speculazione».

Quanto è grave il colpo al processo di integrazione/unione bancaria, un aspetto fondante dell’euro?

«Senza ulteriori progressi nell’integrazione finanziaria, a partire del sistema bancario, l’Europa non è in grado di finanziare gli impegni per la transizione ambientale e digitale né di far crescere le nostre aziende per competere con quelle cinesi o americane. Inoltre, senza un backstop comune, il sistema finanziario di tutti i Paesi europei è più a rischio. Lo si è visto negli Stati Uniti, che in poche ore hanno stoppato il contagio dopo il fallimento della banca californiana SVB, usando proprio un fondo federale simile al Mes. Senza uno schema simile a quello americano, l’Europa è molto più fragile ed esposta agli shock sistemici».

È vero, come dice il leader della Lega Matteo Salvini in puro stile sovranista, che quelle malate in Europa sono le banche tedesche e quindi si è voluto fare un dispetto alla Germania? L’asserita miglior tenuta delle banche italiane è solo un wishful thinking?

«Quando si scatena una crisi finanziaria la solidità dei sistemi bancari nazionali è strettamente legata a quella delle rispettive finanze pubbliche. Lo si è visto nel 2011. Non è un caso che il rating delle varie banche europee rifletta in gran parte quello dei rispettivi debiti sovrani. Per questo motivo è necessario uno schema europeo, che non lasci i singoli paesi alla mercè del contagio. Non rendersene conto, dopo tutto quello che è successo dopo la crisi finanziaria del 2008 è veramente sorprendente».

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