Mettendo sullo schermo il copione di Jason Fuchs, Matthew Vaughn sembra un po’ un bambino finito nel paese dei balocchi, e porta al parossismo parodico la sua idea di cinema, di commedia e di spionaggio. Ma è un autore? La recensione di Argylle di Federico Gironi.

Il prologo è un po’ da 007, un po’ Mission: Impossibile. Perché  – come suggerisce il titolo – Argylle è una superspia, un po’ Bond, un po’ Hunt (però ha il volto di Henry Cavill, villan di uno degli ultimi film con Cruise). Balla con una Dua Lipa supersexy, che però è cattiva, parte uno spettacolare (?) inseguimento per le stradine di un’isola greca. Alla fine Argylle, con l’aiuto del braccio destro muscolosissimo (è John Cena) ferma la donna, che prima di togliersi la vita rivela una verità scioccante.
Fine del prologo. E del libro.
Perché quello che abbiamo visto, sullo schermo sta in realtà – si fa per dire – sulle pagine di un libro, il quinto dedicato a questa superspia scritto da tale Elly (come Shlein) Conway, che poi è Bryce Dallas Howard, scrittrice solitaria e gattara, che vive isolata in Colorado col felino Alfie, da cui non si separa mai, nemmeno quando prende un treno per raggiungere mamma’, bisognosa di aiuto per chiudere l’ultimo capitolo di un sesto libro su Argylle.
E qui, le cose si complicano. Perché la timida Elly, piena di paure e insicurezze, si trova in un batter d’occhio nel mezzo di una situazione che pare uscita para para da uno dei suoi libri, con decine di cattivi che vogliono farla fuori e a difenderla, una superspia che non è l’Argylle di Cavill ma uno che pare il suo opposto: si chiama Aiden, è americano, guascone, caciarone, ed è interpretato da Sam Rockwell.
Cosa sta succedendo? Perché qualcuno cerca di uccidere Elly? Perché Aiden la difende? Ci si può fidare di lui? Perché volano alla volta di Londra?

Rispondere a queste domande, anche parzialmente, vorrebbe dire anticipare alcune rivelazioni più o meno sorprendenti che il copione di Jason Fuchs elargisce generosamente nel corso del racconto, e anche alcune scene architettate da un Matthew Vaughn che, con questa storia, si vede proprio che ci va a nozze.
Perché ci sono pochi ben pochi dubbi: Argylle è un film in cui il regista inglese porta alle estreme conseguenze l’idea di cinema (e di spionaggio) messa in scena in passato nella serie di Kingsman e nel resto della sua filmografia, lavorando sul presente del genere e non sul suo passato, e giocando sempre con grande ironia – pure troppa – su personaggi, stilemi, situazioni.
Certo, resta da capire se Vaughn sia un autore o meno – pur nella consapevolezza che questi termini, al cinema e ai cinefili di oggi, interessano ben poco – e se quindi si possa permettere tutto questo.

Nella sua prima parte, il gioco del film si regge tutto sullo spaesamento di Elly, e sul contrasto tra il mondo che immaginava solamente, divenuto all’improvviso una complessa, intricata e violenta realtà. Nella seconda, sullo sgomento e lo sconcerto e l’adattamento di questa nuova protagonista alle rivelazioni che man mano la vicenda e gli altri personaggi le fanno, e che gettano una luce nuova sulla sua stessa identità, sull’idea che lei ha di sé.
Bryce Dallas Howard, simpatica e fiera del suo fisico ben poco ortodosso per il ruolo e le acrobazie che è costretta a compiere, funziona bene nella parte, anche se Sam Rockwell – il film è tutto di questo bravissimo interprete troppo spesso sottoutilizzato – è inarrivabile nel ruolo di Aiden, uno che più che a Ethan Hunt assomiglia vagamente – ma volutamente, credo, e spero – all’Arthur Forzarelli di Henry Winkler.
Assieme ai due si muovono altri personaggi dai volti ultrariconoscibili: c’è Bryan Cranston in versione villain a capo di una divisione segreta di spie gone rogue, per dire; fa una comparsata anche Sofia Boutella e arriva anche Samuel L. Jackson che fa Samuel L. Jackson in versione signorotto di una vigna francese ex vice-capo della CIA.

La misura non è di certo la chiave di questo film, né dal punto di vista estetico né da quello narrativo: volutamente eccessivo e evidentemente compiaciuto, rimodella l’archetipo di partenza (il Bond più moderno, ma ancor di più la saga di Mission: Impossible dell’era McQuarrie) puntando quasi alla parodia, raggiungendo vette discutibili in una scena nella quale due personaggi sgominano manipoli di cattivi con una danza mortale, romantica e letterale immersa in nuvole di fumogeni coloratissimi come nemmeno i My Little Pony, e risuonano canzoni romantiche.
A proposito di canzoni: da segnalare l’(ab)uso che Vaugh fa della “nuova” canzone dei Beatles: quella “Now and Then” che è stata riportata alla luce grazie all’Intelligenza Artificiale e che qui serve non solo come tappeto sonoro romantico ma svolge anche un ruolo che, per citazione diretta e esplicita, ci riporta ai tempi di Va’ e uccidi, il film di John Frankenheimer rifatto poi da Jonathan Demme col suo titolo originale, The Manchurian Candidate.

Barocco e ridondante, anche e soprattutto nelle sue chiavi metatestuali e metacinematografiche, Argylle è un film che può regalare un divertimento bidimensionale e svagato, uno snack visivo ultra-pop che è lo spot pubblicitario di sé stesso, e che ha, però, un problema di fondo che ne inficia anche la dimensione di consumo più disimpegnato: è troppo, troppo ricco, troppo lungo, troppo stucchevole.
Troppi snack, o snack troppo grandi, si sa, rischiano poi di far venire male al pancino.

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