New York — Le scuse per non aver condannato gli slogan antisemiti non sono state accettate. Un gruppo bipartisan formato da 74 rappresentanti del Congresso ha chiesto le dimissioni delle presidenti di Harvard, Massachusetts Institute of Technology e University of Pennsylvania. L’iniziativa arriva dopo l’audizione di martedì davanti alla commissione della Camera in cui le donne a capo di tre tra le università americane d’élite hanno fornito risposte vaghe alla richiesta se gli slogan a favore del genocidio degli ebrei lanciati dagli studenti nelle manifestazioni Pro-Palestina avessero violato il codice di condotta. «Dipende dal contesto» e «solo se fossero passati ad azioni reali» sono state le risposte date alla commissione, due frasi che hanno scatenato proteste. Nella lettera, scritta dalla repubblicana Elise Stefanik e dal democratico Jared Moskowitz, viene chiesta l’immediata rimozione della presidente di Harvard Claudine Gay, di quella del Mit Sally Kornbluth e di UPenn Liz Magill, e di mettere in campo un piano d’azione per proteggere studenti, docenti e membri ebrei delle facoltà. Settantadue firmatari sono repubblicani, due i democratici. «Dato il momento di crisi – scrivono – chiediamo che i vostri board rimuovano immediatamente ciascuno di questi presidenti dalle loro posizioni«. «Qualunque cosa meno di questo – continuano – verrà visto come endorsement a ciò che le presidenti Gay, Magill e Kornbluth hanno detto al Congresso e verrà considerato un atto di complicità con il loro atteggiamento antisemita».

Le tre manager sono accusate di essere state «evasive». «Alla domanda se invocare il genocidio degli ebrei avesse violato il condice di comportamento – continuano i rappresentanti del Congresso – avrebbero dovuto fornire una sola risposta: sì». Kornbluth, per il Mit, aveva risposto di considerarle un atto di persecuzione se «fossero stati presi di mira individui, non attraverso dichiarazioni pubbliche» e solo nel caso in cui le azioni fossero state «gravi». Magill, di UPenn, aveva parlato di «decisione legata al contesto». Alle continue richieste di rispondere con un “sì” o un “no”, aveva aggiunto: «Se il messaggio diventa condotta, può essere persecuzione, sì». Anche Gay, di Harvard, aveva risposto «dipende dal contesto». «Se invocare il genocidio del popolo ebraico non è considerata una violazione al codice – avevano risposto alcuni membri della commissione – allora le vostre università stanno operando con un doppio standard».

Il caso è scoppiato in un momento in cui negli Stati Uniti si registrano centinaia di episodi di antisemitismo, molti dei quali nei campus universitari.

Un miliardario, Bill Ackman, ha sospeso le donazioni ad Harvard. Le tre dirigenti hanno provato a fare marcia indietro. Gay ha definito «vile» invocare il genocidio degli ebrei, e giovedì in un’intervista ha chiesto scusa. «Le parole contano», ha aggiunto. Il board di UPenn ha ribadito la fiducia nella presidente Magill, che però ieri ha annunciato le dimissioni, forse anche dopo che un donatore aveva congelato una donazione da cento milioni di dollari.

Alcuni costituzionalisti hanno definito le risposte date in commissione «non scorrette» dal punto di vista del principio della libertà d’espressione, ma i rappresentanti del Congresso non sembrano intenzionati a fermarsi.

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