Dalle parti di Bruxelles non brillano per fantasia. Hanno chiamato AI Pact l’accordo per adeguarsi prima all’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale. Uno scioglilingua che mette alla prova anche l’oratore più facondo. Al netto del nome, già 400 aziende hanno alzato la mano per dimostrare il loro interesse all’AI Pact (chi vuole unirsi, può farlo qui), anticipando il processo di conformità alle regole comunitarie per farsi trovare pronte quando scatteranno per tutti, come spiegano a Wired fonti della Commissione europea.

Una adesione volontaria, è il ragionamento, può essere un buon modo per adeguare nel tempo prodotti e servizi ai gradi di rischio con cui l’AI Act cataloga gli algoritmi ed evitare mal di pancia quando la norma sarà in vigore. Tanto che, trapela da Bruxelles, tra gli interessati vi sono società europee e non che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale di uso generale. Quelli allenati non per svolgere un compito specifico, ma per avere la flessibilità di effettuarne vari. Per intenderci, come GPT di OpenAI (alla base del suo popolare chatbot) o Claude della francese Mistral AI, ma la Commissione non si sbottona sui nomi delle aziende del settore che vogliono aderire all’iniziativa.

Come funziona il patto volontario

Perché si apra il cantiere dell’AI Pact, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale deve prima terminare gli ultimi passaggi formali: via libera finale dal Consiglio, pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale e, a quel punto, entrata in vigore dopo 20 giorni. Come noto, l’AI Act, che si occupa di definire quattro livelli di rischio con cui inquadrare i sistemi di intelligenza artificiale, sulla base dei quali prendere provvedimenti, si applicherà a scaglioni. Dopo sei mesi dall’avvio, scattano le regole su usi vietati. Dopo un anno, è la volta di quelli sui sistemi di uso generale ed entro 24 mesi diventa realtà il pacchetto completo.

Compito dell’AI Pact è traghettare le aziende in questa fase di interregno. Le imprese aderenti potranno accedere a un percorso per anticipare volontariamente alcuni processi di conformità e farsi trovare preparate quando suonerà la campanella. Di fatto, spiegano da Bruxelles, l’AI Pact è tutto da scrivere. Dopo l’entrata in vigore del regolamento la Commissione intende riunione gli interessati intorno a un tavolo, raccogliere le idee e siglare una serie di impegni, che saranno resi pubblici con il duplice obiettivo di dare visibilità all’iniziativa e generare più fiducia verso le tecnologie sviluppate dagli aderenti al patto. Christina Montgomery, vicepresidente e responsabile Privacy & Trust di Ibm, ha confermato a Wired l’interesse della multinazionale di Watson all’AI Pact. Il gruppo attende l’invito della Commissione a sottoscrivere gli impegni per una compliance anticipata, una pratica che peraltro ha adottato in altri casi in altri paesi.

L’obiettivo è accompagnare alla compliance anticipata aziende e pubbliche amministrazioni, creando incentivi per l’adozione ed evitando costi aggiuntivi di configurazione”, ha detto Brando Benifei, europarlamentare e relatore dell’AI Act, in un evento sul tema organizzato da Ibm. “Vogliamo evitare l’effetto Gdpr”, ha aggiunto, riferendosi alla rincorsa alla conformità del regolamento generale sulla protezione dei dati, lanciato nel 2018. Secondo Edoardo Raffiotta, avvocato costituzionalista, of counsel dello studio legale Lca e tra gli esperti del comitato che ha elaborato la strategia nazionale sull’AI,le aziende hanno convenienza ad aderire all’AI Pact, perché rispettare il modello europeo può avere un valore aggiunto. Un domani, con l’AI Act in vigore, il mercato preferirà una tecnologia governata”. L’adesione volontaria permette di accorciare in tempi. Non solo per chi sviluppa i software di AI, ma anche per chi li usa e dunque li allena. Per il pacchetto europeo, si diventa tutti responsabili di eventuali problemi o controversie.

Le voci delle aziende

Le aziende più avvedute iniziano a muoversi. “Ci stanno già arrivando domande sugli effetti dell’AI Act, sulla valutazione degli strumenti utilizzati e sui rapporti con le leggi esistenti, come il Gdpr e lo statuto dei lavoratori”, fanno sapere dallo studio legale Chiomenti. Sono molte le priorità per le aziende. Primo: capire come difendere la proprietà intellettuale e come gestire la condivisione dei dati con le piattaforme di AI. Secondo: proteggere gli investimenti. Le imprese, spiegano da Chiomenti, vogliono evitare di spendere soldi a vuoto in sistemi di AI che non potranno usare. Terzo: scrivere protocolli di uso interni da distribuire ai lavoratori.

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