In vigore in Italia dagli anni Trenta, il reato di abuso d’ufficio è codificato dall’articolo 323 del codice penale e serve a punire chi approfitta del proprio incarico pubblico per avvantaggiare se stesso, o altri, o per danneggiare qualcuno. Il reato riguarda quindi i funzionari di qualunque tipo, come sindaci e amministratori, e prevede la reclusione del colpevole da uno a quattro anni. Il governo Meloni è intenzionato ad abolirlo, tramite la riforma della Giustizia proposta dal ministro Carlo Nordio.

L’articolo recita “salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità”.

La sua funzione è quella di impedire agli amministratori di abusare, appunto, dei propri poteri o delle proprie prerogative, per migliorare le proprie condizioni economiche, avvantaggiare parenti o amici o danneggiare soggetti terzi, come i rivali politici. Essendo formulato per avere ambiti d’applicazione ampi e poco definiti, permette di aprire indagini più facilmente rispetto ad altri reati più gravi, come quello di corruzione, consentendo così alle autorità di poter individuare sia violazioni che altrimenti non verrebbero segnalate, sia a scoprire eventuali reati più gravi, che potrebbero passare inosservati senza la frequente apertura di indagini.

Allo stesso tempo, queste stesse caratteristiche hanno reso l’abuso d’ufficio oggetto di critica, in particolare da parte degli stessi funzionari pubblici che sostengono li esponga continuamente a procedimenti giudiziari rispetto a tutti i provvedimenti, anche più banali, che abbiano carattere discrezionale. Secondo loro, la facilità di aprire indagini sui provvedimenti, andrebbe anche a causare eccessi burocratici che rallenterebbero la pubblica amministrazione.

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